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1389–1432

XXXVI

Domenico da Prato

Il tempo è breve e la mia penna è stanca, gli occhi sono aggravati e lacrimosi, e li corsi ritrosi d'ogni letizia mostran nuovo pianto;

mort' è la speme ove la fede manca. Ma leon, orsi o tiri venenosi esser devrien pietosi, e qual di crudeltà si dà più vanto.

S'io scuopro l'angoscioso animo affranto, qual fia sì duro, a cui pietà non venga? o che lagrime tenga, quando saprà la piaga che in cor porto?

il qual divide Amore a sì gran torto. Piangendo, al tristo essordio chiamo Amore, non com'io solea far, ma con dispregio. É questo il sire egregio,

al qual pace si chiede e dà pur guerra, vilipendendo chi più gli fa onore? É questo il re del magno e gran collegio, a cui si dà tal pregio

che infino al terzo ciel null'altro il serra? Movasi l'ignorante, che 'n questo erra, a veder come ei può via men che nulla! Ma sciocchezza trastulla

chi segue senza fren sua vana fama, che chiede e priega e non sa chi si chiama. Ma questo Amore è nulla o ver cognome di cosa positiva ch'altri crede;

e chi ben guarda vede che s'egli è qualche cosa è per mal fare. Se il splendor de i begli occhi e l'auree chiome d'Elena piacque a Paris, per merzede

di costui che possede li animi altrui leggier come gli pare, poi nella occasïon vedi disfare città, castella, patrie, anzi reami,

per costui, che tu chiami, mente legata in suo sirpo noioso: ecco che nullo in lui truovi riposo. L'amante muor ben mille volte il giorno

prima che giunga al suo lungo desio; e poi più crudo e rio gli è questo caso che chiamiamo Amore. Lasso, ch'io il provo per quel viso adorno,

qual m'ha sì tolto che pi— non son mio, non perch'el sia restio, ma per distanzia da tanto splendore. Nasce per tale essilio fraude e errore

dal malvagio accidente che l'adopra, il qual contai di sopra, né mi dorrò, come già fei, con elli, ma con erbe, con fronde e con augelli.

Tra' fior, nei prati e per le verdi piagge, a piè di sterpi e di gran siepi all'ombra, col pensier che m'ingombra, vo sfogando il dolor, che sempre ho meco,

dove m'appaion cose aspre e selvagge, che di paura spesso l'alma adombra; ma tutto questo sgombra l'amara passïon che innanzi reco,

per la qual terminar, la morte preco. Se tema non vincesse i pensier rei, già presso gli sarei: col colpo poserebbe il corpo lasso,

che mille volte ognor, vivendo, il passo. Mostra la terra germogliando festa, perché sotto altro nome si governa; e fuor d'ogni caverna

veggio ogni selvaggina alla pastura. Lieta per la stagion si manifesta ciascuna cosa che sperando verna, fin che tal tempo cerna

del novello Arïete ornata cura. Ma nostra umana fantasia perdura in cercar come possa ir più stentando, sempre pace schifando,

qual poi vorrebbe; onde 'l desio gli è spento, com' ho fatto io, che senza pro mi pento. O serpenti di Libia aspri e crudeli, anzi pietoso qual di voi m'ancida,

correte alle mie grida e ragion fate ch'io sia vostro pasto! Ben prendereste un agnel che si celi, ma, non chi per piacer morte disfida;

perché non si divida, il fa Fortuna, forse, il duol ch'i' attasto. O felice Ateon, da i tuoi can guasto fusti una volta sol per questo fato;

ed io son lacerato tante fïate quante io fo sospiri! Pensi omai chi è cagion de' miei martiri. Dov'è malizia maritata lascia

me consumar tra questi rusticani, car mio lamento, e va' dove ti piace. Molti lagrimeran della tua ambascia per li sembianti tuoi dolenti e strani,

e tu fa' come quel che ode e tace. Chi ti domanda per darti conforto di' pur: «Guardate l'abito ch'io porto».

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