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1389–1432

XXXV

Domenico da Prato

Poi che nel tristo fin convien ch'io scopra lo disperato core, leso da Amore — e sol da lui tradito, mettin meco l'Arpie lor voci in opra,

sì che il lor gran dolore facci sentore, — e sia da tutti udito, voi che ascoltate l'ultimo partito della angosciosa mia e amara vita.

Ma prima che fuggita dal corpo affranto sia la dannata alma, udite il pianto e 'l suon d'ogni mia palma. Un duolo acceso al cor parlar mi face,

sì che, s'io non so dire ciò ch'i' ho in desire, — mi scusi la pena. La voce tremolante gia si sface; ma, con tutto il martire,

io pur seguire — intendo in fin che ho lena. Donne felici, che in vita serena desïate regnare, essemplo dovvi; pregando, omè, dirovvi

che vogliate esser crude, anzi Dïana che la pietosa Dido o Adrïana. Deh, raguardate al malvagio Parisse come Oenone sposa,

e poi pensosa — la lasciò in tormento! Nason leggete, che 'l suo pianto scrisse. Ed io non farò posa, ma lagrimosa, — a seguir mio lamento;

non d'una essemplo avete, né di cento delle ingannate, ma infinita torma. Io credo che Amor dorma; omè, ch'el non dormia quando ei m'accese:

ora è villano a me, che fui cortese! Rinuovi il pianto Isifile e Medea, con meco sol lasciate. E voi che amate — riterrete a mente.

Lassa, ché mi sovien quand'io solea nelle braccia serrate, ch'or son legate — ,tener strettamente il mio amante ed ei me sì dolcemente

co i piacevoli motti e le parole! Omè, ché più mi dole questo desio, che con duol duolo accoppia, e, più pensando, più pena radoppia!

O infelici miei pargoletti anni, ché non veniste meno, anzi che in seno — Venere portassi? Non sentirei d'amor sì crudi affanni.

Io ho già fatto un Reno, né il pianto affreno — in fin che a morte passi. Pietà dovria partir li duri sassi, non che un gentil cor fatto da Iove;

forse Medusa il move, ed ha 'l cangiato in dïamante duro, sì che non cura il mio lamento oscuro. Adunque, che mi val pur lamentarmi

d'esto crudel Iansonne? Ma pur dironne — con singhiozzi e guai, non per sperar pietà, che venga aitarmi. Correndo, a morte vonne,

e con voi donne — non parlo più omai; ma ben potrete dir, non perciò assai quanto s'accade a sì dolente fine, le parole tapine,

le quali intendo dire innanzi morte, e voi poi l'altre ne farete accorte». Movete, o Manes, le infernali strida con la scrofada voce,

sì che veloce — al ciel tumulto accenda, e sental chi con Proserpina annida; e chi a letizia noce or sia feroce — e sua possanza ostenda!

Selvagge fiere, omè, pietà vi prenda! Ogni cosa creata pianga meco! Ecco che già mi reco l'armata mano al disperato core,

per far contento lo mio amante e Amore. E tu, per cui tante lagrime verso, lieto delli mie affanni, con li tuo inganni — rimarrai giocondo;

ma se ciascun diritto ha suo riverso, non passerai molti anni, ché in crudi danni — Amor porratti al fondo. Mova Iunon quell'ira a te, secondo

che al teban sangue, e Iove e i fati e i cieli! Piovan li vulcan teli sopra di te! Omai gli occhi coperchio: piangendo aspetto te nel didon cerchio.

Svèlto da Lachesì il vivo capello, sempre piangendo andrete, ché spersi siete, — o versi miei dolenti. E domandati or da questo or da quello,

già mai non rispondete in fin che siete — a chi mi dà tormenti: quivi pietosi dite i miei lamenti. Di pietà gnudo a lui vedrete il petto:

ditegli ov'io l'aspetto; e poi vestiti a nero tanto andate, che troverete Amore, e con lui state.

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