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1389–1432

XXXIV

Domenico da Prato

Nel vago tempo che Febo ritorna col fiero Tauro dietro al bel Castore, rinforzando il valore nello emisperio nostro co i suoi raggi,

di sue micanti chiome il cielo adorna. Ogni fronda, ogni erbetta ed ogni fiore par che allor gridi: «Amore!»; liet'è le selvaggine a i lor vïaggi

ed ogni verde pianta in su la terra, Iove laudando li augelletti in versi; ed io all'usata guerra meno l'alma piangendo a condolersi,

percossa un dì da più di mille errori, con fronde in compagnia erbette e fiori. «A che pensi — l'un dice —, in che t'affanni?» «Però che senza affanno esser non posso»

rispondo. Un altro ha mosso e dice: «Sì puoi ben, ma far nol sai». Ed io a lui: «O come? tu t'inganni. Non vedi che Fortuna m'ha nel fosso

sopra 'l debile dosso la rota, onde levar non credo mai?» Un altro surge e tai parole move: «Etti d'avere udito già in oblio

le sue usate prove? O hai di Lete trapassato il rio? Ché irata strusse già il sangue tebano, poi lieta ristorò il popol romano».

«Tu parli a me come se regno io fusse — rispondo a quello error che ciò mi dice — o come se in felice grado fussi salito, ed or mancassi.

La nimica Fortuna, che distrusse ogni conforto in me da la radice alla somma pendice, non volle mai che riposo provassi;

anzi un misero Edippo e più mi veggio correr peregrinando al punto estremo, e quasi Oreste e peggio; né spero pace, ma languendo temo

Fortuna non rinforzi, come suole: altro non posso, sia quel ch'esser vuole». Un altro surge e in questo modo parla: «Ecco che così sia come or n'hai prto,

pruovoti che a gran torto sovente di Fortuna ti lamenti; in prima ch'è impossibil raffrenarla, e poi che non se' solo al tristo porto.

Prendi adunque conforto sopra la strutta Tebe e le sue genti; vedi Saul disteso in Gelboè, mira il fier Roboam, rimira Aragne,

rimira Oniobè, che in quatordici figli morti piagne l'anima trista! e tu perché ti lagni? Spècchiati in questi e in molti altri compagni!»

«Laido conforto è quello che mi porgi, il qual si suol de i miseri chiamare» rispondo a quel parlare, che l'altrui danno vuol che 'l mio ristori.

«Che util m'è Fortuna, se tu scorgi caduto me vedere altrui cascare? L'un non può l'altro aitare, anzi augmentan tumulto i più martori».

Mentre che sì diceva a me in me stesso, ed ecco, come suol dogo uscire quando balena spesso dell'aere i lampi e sopra noi apparire,

tale una nube angelica davante m'apparve, dentro a un razzo scintillante. Vinta rimase la mia vista; e quale di Ganimede il popol suo divenne,

simile non sostenne l'occhio mio penetrar per quella luce; o qual d'Elia al carro triünfale il beato Eliseo quantunque tenne

la vista, mi sovvenne che fiamma vide e non il santo duce, ed io la nube e 'l sol che gli era intorno. Non dopo molto essa nube ostendea

uno uman viso adorno, come Acate, che schiuse a Dido Enea, con una voce angelica e soave, la qual, s'io bene intesi, a me disse: «Ave».

Tardo non fui a quel risposta dare, tutto attonito e pien di maraviglia, né potei alzar le ciglia pel raggio che nel viso era reflesso.

Poi cominciò col suo dolce parlare: «Alza su gli occhi e in me conforto piglia, come fè nella figlia di Leda il buon Parìs! Seguendo appresso,

vinca ogn'altro pensier la mia bellezza e rassicuri te com'uom costante, che ogni passion sprezza, che la Fortuna gli può porre avante:

però che raro un uom stolto tempesta; anzi, quanto e più saggio, più il molesta. Nel mio viso inimico di dolore, d'iniquitade, di superbia e d'ira

spècchiati, e in quel rimira dov' altro che piacer non regnò mai; vedi negli occhi miei lucenti amore, vedi quanta dolcezza in lor respira!

Dunque sol me desira, e spera che felice ancor sarai, cantando d'amor versi, allegro e gaio di me, se mai per scriver pon la mano

al buon ser Niccolaio, che fama rende al bel San Gimignano». Detto ciò, sparve come ella si porse, ed io rimasi più che prima in forse.

— Canzon, tu vedi quanto amor m'invita, ma poi ch'io fo partita, pria che quindici volte Febo volga, priega ser Niccolao per me la tolga.

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