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1389–1432

XXIV

Domenico da Prato

Far non de' omai il mio cor che lamentarsi e con pianti dolersi poi che li dolci versi — in pena greve son permutati, augendo in me tormenti,

e di lagrime il petto molle farsi sì che i pensier diversi, alla mia vita avversi —, fian più breve. E gli occhi, che solean farsi contenti

di veder la mia donna infra le genti, paion pien di paventi — (e con dolore cangia il viso colore) e di lagrime ai piè fan spesso un lago:

così il cor duro di mia donna appago. Io non penso però che a lei ne giovi di mia vita affannata, perché la cosa amata — convien ch'ami:

e tal pensier lo immaginar conforta. Surgono ancora in me pensier più novi, ch'ancidon la mal nata; onde convien tal fiata — ch'Amor chiami,

perché drizzi ver lui mia vista torta. Così si fa mia mente or viva or morta, ma pur d'Amor è scorta — perch'è serva, sì che sua voglia osserva.

Trema la voce chiamando pietade, che di mia donna cacci crudeltade. Mentre non conoscea qual fusse amore, l'anima pargoletta

libera era e soletta — da martire, che or s'è fatta serva; omè, e di cui? Di donna alta e crudel, per cui 'l mio core alla morte s'affretta;

ma lo sperar vendetta — dal mio sire pur mi sostiene, e dolgomi con lui che tal donna s'ha tolta e data altrui. Lasso, che quando io fui — di costei preso,

parvemi avere inteso: «Ecco il mio servo», e chi fusse non scorsi, ma alzando gli occhi d'un splendor m'accorsi. Tanto fu presto di quei razzi il lampo

al viso, che smarrito divenne, e sbigottito — caddi a terra. Parvemi d'una fiamma esser coverto nella quale arsi; or più che allora avampo.

Omè, ch'io fui ferito da quel che m'ha nutrito — e or mi fa guerra, io dico Amore, al qual fui prima offerto. Egli ha tal pena poi 'l mio cor sofferto,

però che senza merto — vive amando, ond'io vo' gir pregando Amor e Iove e 'l cielo e ogni stella che l'alma, come pria, torni novella.

Seguitando, io non stei come chi dorme, né come desto atteso; ma pur da errore oppreso — esser mi parve, che albicinato mi teneva privo.

Di Latona la figlia con sue forme mi fé l'error disteso, perché stando sospeso — allor m'apparve questa gentile Aurora, di cui io scrivo.

Stando, gli puose in testa Amor d'ulivo corona, onde mal vivo —; e poi parea qual fu la madre a Enea, quando apparve nel bosco in sul bel varco,

ch'era di nube cinta e a collo l'arco. Ma questa l'avea in mano, e entro vi misse d'oro un suo quadrelletto, che, penetrando il petto —, giunse al core;

per che, smarrito, alquanto in me tornai. Tacciasi Ovidio omai — di quanto ei scrisse, e miri al vago aspetto di costei, a cui suggetto — è il ciel d'amore.

Tal biltà scorsi, quando gli occhi alzai in lei, che ogni dir non saria assai: ivi rimasi e mai — non serò altrove che nel bel loco, dove

Amor volse mostrar sua gran possanza e d'esta donna, quale ogn'altra avanza. — Canzon, tu vedi ben che per l'angoscia non merito esta donna quanto è degna,

e però in ogni parte fa' mia scusa. Cerca piangendo la Valdelsa, e poscia truova Amore e Piatade, e ivi tua insegna ferma, di pianti e lagrime confusa;

di' che mi mandin Morte over Medusa, che mi facci di marmo; di' come più non m'armo di speme, e pur il terzo nome adoro

di quei che offerson mirra, incenso e oro.

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