Tempo fu già che errar mi fece amore, ch'io facea onore — alla cosa più vile, e tanto umìle — stava al folle stile, ch'io mi fei servo al lor non degno pregio,
ch'era dispregio — al nostro gran valore. Ma il tristo core — ripreso ha il vigore, lascia l'errore, — che 'l tenea sottile; or signorile — e di novo covile
esce, e di sé è signor, portando fregio e novo privilegio: mutar voglio di voi, femmine vane. Ma qual saggio saràne
non chiederà ad alcuna più merzede, tanto siete scherane; onde in femmina più non vo' por fede, ché più strazio ha da voi chi più vi crede.
Voi ci mostrate lo ingessato viso, che, a mirar fiso, — si dipignerebbe; or chi serebbe — certo o crederebbe quanto per quello avanza in voi superba?
ché ognuna acerba — vuol l'amante anciso. Poi che conquiso — l'ha e al fondo miso, fa un pazzo aviso, — e dice: «Or me n'increbbe». Quando dovrebbe — aitarlo, che potrebbe,
sta dura, e sempre al sezzo si riserba; e così torna in erba il senno lor di quale è la più saggia; onde omai vo' che caggia
in sozzo loco lor vil vanagloria, e così ancor mal aggia chi per amor farà di lor memoria, ché più che i cercini hanno alta la boria.
Come femmina vede ch'altri guarda, crede ch'egli arda, ond'ella allora ingrossa e fa tal mossa, — che a via minor scossa cadria qual fondamento oggi è più fermo.
E non val sermo — ch' a ciò non riguarda, ma sta più tarda — talvolta che imbarda; fassi bugiarda — a quel che ha l'alma mossa, perché è percossa — ché Amor l'ha in sua possa,
sì ch'ella ama e vorrebbe e pur fa schermo; onde prima nell'ermo, nel più aspro diserto esser vorria, che mai la mia bailia
dessi a femmine, tanto son fallace. E per la fede mia, che se non fusse chi tacer mi face io userei sermon via più mordace!
Nascondetevi, pi— non vi mostrate, state celate — in ciascheduna parte, ché omai son sparte — vostre borie e l'arte, che usate solo a farvi vagheggiare;
ché se il lisciar — non fosse e 'l stare armate, come voi fate, — parreste abbrusciate. Così ingannate — noi, che stiam da parte; ond'è chi in carte — scrive o segue Marte
per voi, e quali in giostre o in armeggiare. E lasciànci ingannare a i visi lor dipinti e alle pianelle, alte più che predelle,
alle maniche larghe e a i pettorali, a i cercini, onde belle fansi per questo modo: e noi animali per lor gittiam nostre virtù reali!
La femmina ch' è amata sta gioconda, e vagabonda — mostra tanto orgoglio, ond'io mi doglio via più ch'io non soglio, quand'odo alcun che in ben di lor favelli.
Tal di capelli — ha la sua zucca bionda, e fassi bionda — ché la trezza abonda da ogni sponda. — Ora più dir non voglio, ch'io non raccoglio — tutto in questo foglio,
ma serbo a far di lor versi più belli. Ben son sciaguratelli quei che son servi alla miseria loro, che sostengon martoro
da cosa via più vil che allettar Tifo. Elle ridon di loro, ché a rimirarle torcono altrui il grifo: onde di loro amor sia ciascun schifo.
— Canzon mia franca, va' senza temenza, cerca Fiorenza — e sue belle contrade, poi la cristianitade in tutte parti dove sono amanti,
e dillo a tutti quanti che a femmina non dian lor libertade, ché al mondo esser non può maggior viltade.
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