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1389–1432

XLVII

Domenico da Prato

Nel paese d'Alfea un colle giace, che nuova Citarea lo sacra ' Amore, né, men che a Paris quel, questo a me piace. E se tentar mi sento quivi il core

d'ardere in quelle fiamme, che già spensi per morte più che per altro valore, in prima ch'al riprender mova i sensi, alcun le penne di sì magno volo

dell'infrascritti e di lor fama pensi, e vedrà ch'io non sono Icaro solo, cui per alto volar scaldò sì l'ale che non al ciel, ma venne al marin suolo.

Chi crederia Cupido in forza tale che vincesse Sanson con una donna, né un milion d'armati gli era equale? Ei pur tirò l'una e l'altra colonna.

Ma lasciàn lui co i suoi sotto il fracasso, e parlerem d'Elèna e d'Ensïonna. Chi crederia che Amor volgesse in basso de' Greci e de' Troian la gran possanza?

Chi crederia d'Acchille il crudo passo? Egli amò Pulisena, e non fu amanza tanto bella e gentil, che, lacrimosa, ciascuna vaga e lieta donna avanza.

Chi crederia che Appollo per isposa domandasse Cassandra, e lasciar l'arte, vinto da la sua vista luminosa? Chi crederia che fusse vinto Marte

da quella idea, ch' ogni bellezza passa, salvo che di cui dico in questa parte? Come Medea ho letto Oete lassa ardente a seguitar l'aspro Iasone,

che d'Isifile i pianti non l'abbassa, già vinse Amore il savio Salomone, lasciando il buon Fattor per l'idolatre, come il libro dei Re cantando pone.

Chi crederia che per le ferite atre di Piramo e di Tisbe si cangiasse il gelso? Ancor, chi crederia che 'l frate d'Arcita per Emilia a lui pugnasse?

Chi crederia pel crudo Demofonte Fillis in alber se stessa mutasse? Chi crederia che 'l padre di Fetonte, perseguitando Dafne, quello in sole

ed essa in lauro cangiassor lor fronte? Chi crederia che fra sue ninfe sole Dïana in cervo Ateon trasmutasse, che ancor piangendo de' suoi can si dole?

Chi crederia Leandro il mar passasse di rietro ad Ero, rimanendo al grido? Chi crederia che Iole si mutasse? Chi crederia la ferita di Dido,

prima che Enea pervenisse a Lavina, per cui in Italia fé di guerre il nido? Chi crederia della infernal sentina Amor pingesse l'antico Plutone

a rapir per isposa Proserpìna? Chi crederia Teseo trar di prigione di Pasife e Minos ambe le figlie? che poi seguì l'amara passïone

d'Ipolito. E, agguzzando ben le ciglie, lettore, a quanto può tale accidente, vedrai che queste non son maraviglie. Testimonilo Tantalo al presente

a piè dell'acque e 'l pome ognor più magro di gustar no, ma di guardar possente! Io veggio consumarsi Meleagro, per Deïnira il mattator di Nesso,

e Clitemestra per Egisto sagro; e veggio inamorato di se stesso traslatarsi in un fiore il bel Narcisse, Iove ad Almena come Anfitrion messo.

Non per tutti i poeti mai si scrisse quanto bisogneria raccôr, volendo li forti e i saggi, che già Amor traffisse. Chi può riprender dunque me, vedendo

aescarmi ad amar sì bella donna? Sol io son quel che posso, e me riprendo, che or è in ciel chi mi fu qui colonna, di cui la rimembranza par che dica:

«Non è costei, non è la tua Melchionna». Ahi, languida mia vita, a che fatica in quel punto mantieni il cor mio affranto? Ben lo so io e Morte, mia nimica.

Quando la raffiguro al primo pianto torno tal ch'ogni simiglianza è scarsa, lasciando questo nuovo amor da canto. Né mai fu tanto l'alma incesa ed arsa

da i radïanti sguardi di sua vista, quanto in pianto aghiacciata è ora sparsa. Quivi incomincia la mia mente trista dal primo dì che sua libertà diede,

qual non riebbe poi, né ancor l'acquista. In ogni parte ove mai mosse il piede vo ricercando e gli atti e i modi onesti suoi, come in cosa gentil si richiede;

qui gli vid'io sdegnosi e qui molesti, li luoghi affigurando, e 'l quando e 'l come fùr gli occhi miei già mai da' suoi richiesti, quando al sol sparte sue micanti chiome,

quando attrecciate, e 'l suo lucente viso sempre ho dinanzi, e nella bocca il nome. Ogni dolce sospiro e canto e riso, ch'io udi' mai o vidi, in lei m'appare,

tal che me stesso tien da me diviso. L'abito adorno col suo umìl parlare veder parmi, ed udir la dolce voce, e quante volte mai mi fe' voltare,

alcuna fiata tardo, altra veloce, secondo il dimostrar che gli era a grado, ché 'l conoscea se lieto era o feroce. E così spesso ricercando vado

il pelago, ov'io entrai soro e inesperto, ch'è secco, ed anco a uscir non trovo il guado. Ogn'onta che mai ebbi ed ogni merto da li sembianti suoi registro ognora,

infino al dì che gli fu il cielo aperto. Se nella terza spera Amor l'onora, maraviglia non è sì ben l'adorna, né uscì mai di pudicizia fora.

Ed a questo pensar la mente torna: di là l'alma trovare eterna pace, per brieve guerra quando qui soggiorna; né può acquistarsi fuor di via verace,

per la qual caminar c'è tanta asprezza che saria poco il dir d'ogni uom vivace; tra' quali impedimenti è giovinezza, a la qual rade volte si pon freno,

ché, pel libito suo, la ragion sprezza. Ma questa, che d'Abram siede or nel seno tra l'altre di virtù fu qui fenice, divino ogni suo modo e non terreno.

E se palese in quel regno felice sta l'uno all'altro, che pensa ella quando vede appo Dante star la sua Beatrice? simile, intra quei lumi radïando,

veder messer Francesco a Laura innanzi, pien di letizia l'un l'altro guardando. Per guidardon delli onesti romanzi, che ancor l'onoran, convien questa setta

che al mondo fama, e gloria in ciel gli avanzi. E così del Boccaccio e di Fiammetta e d'altri innamorati, a questi equali. Fors' ivi me veder desia e aspetta.

Se da i miei versi in fra 'l mio lamentar sente chiamarsi, credo che per me prieghi il sommo Iove, che al mio soccorso vogli incontro farsi.

E credo che ella dica: «Or colui è dove mi vide già con ghirlanda di fiori; né me veggendo, a lagrimar si move. O pietà vana nelli umani errori,

di chi star devria lieto e intenerisce, veggendo uscire altrui di pene fori! Per prova san che sempre si languisce in quella valle di lagrime piena,

e qui nulla allegrezza preterisce. Ma se fusse sua vista sì serena che penetrando qual son mi vedesse con corona di raggi solar piena,

non che mai più, com' ora fa, piangesse, ma piangeria, se mai pianse mia morte, fin ch'io gli comandassi che ristesse». Chiudimi, Amore, a tua posta le porte

con questo nuovo oggetto, ché 'l mio è in cielo, e ad altri il porgi, il quale entri in tua corte, perché il pristino avanza ogn'altro zelo.

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