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1389–1432

XLV

Domenico da Prato

Non truovo altro rimedio alla mia pena che trasformar di me sovente il core, e farlo or la mia donna, or farlo Amore e talor chi tra noi giudicio renda.

Non per tanto il martir, che al fin mi mena, da me si parte sotto esto colore, ma come chi in un prato d'ogni fiore pe i solar razzi all'ombra si prostenda,

questa figura prenda, mentre che in tetro carcer nudo verna, che poi sen va l'effigie, e 'l ver rimane. Così chi me a sua voglia governa

d'este fantasie vane, io dico Amore, il fa perché la voce mostri qual io per lui sia posto in croce. Se di mia donna la divina imago

prende, qual ei diventi, o io che 'l porto, pensil ciascun, ch'io nol so por sì scorto; anzi né io né altri il potria dire. Con mansüeto aspetto umile e vago

le luci alzando, all'alma un razzo ha porto che tutta l'arde. «Or quale è questo torto? — move la santa voce — e chente è a udire? Chi fa costui languire,

Amor, che sì di me e di te si duole? Se di te dice, tu stesso ti scusa, e, se di me, non so quel che dir vuole. Già non son io Medusa,

né infernal mostruosa o orribil fera, ma giovin pura, leggiadra e sincera. Amor, non come uccel, con strali o arco surge per dar risposta al dolce detto,

ma è un veloce desio, che per l'oggetto crescendo lega il spirto, che l'ha impressa non del costui tormento o biasmo o incarco. Per chi il dolor discerne dal diletto,

o per chi alla ragion vuol star suggetto fia tale abusïon per ver concessa; ma sol quel che l'oppressa è un volubil pensier, che 'l dover frange.

Dice il mio cor, d'Amor parlando in vice, seguendo: «Ecco la prova: or canta or piange, or dolente or felice; confessi ei stesso il ver, ch'i' par che 'l volga,

né di noi due, ma sol di sé si dolga». Io, che per far mia scusa accolgo i sensi contra del vulgo credulo il mal dire, anzi ridice, senza prova udire,

quel che non sa, e con spergiur l'afferma, «Ahi, misero — dich'io fra me — che pensi? Quei che t'incolpan, poi ti fan morire: l'una tua donna e l'altro chiami sire;

sai che chi tace acconsente e conferma. Deh, tien la ragion ferma!» Volgomi a chi tra noi tribunal siede: «So ben che l'ignorante plebe latra:

‘Giusto è il tormento suo, che a lui si diede’, e questa oppinion atra s'accosta con costor, li quai t'han porto essere io quel, non lor, che mi fo torto.

— Dice mia donna di sua forma alquanto, per la qual gaudio aver dovria e non pena; non la riprende Amor, né sé raffrena, anzi son collegati a contro farmi.

E dice Amor ch'io piango e talor canto, e non dic' esser quei che a ciò mi mena medïante la vista alta e serena, nella qual regna; ed ei sol potria aitarmi,

se con quelle proprie armi lei combattesse, con le quai me prese, ché contra lor, diffesa non si truova. Sempre fedel son stato a lor palese,

né il ben servir mi giova: l'una m'indusse, e l'altro me gli ha offerto. Giudica tu se lor o io biasmo merto» Quella che mi consuma e tiemmi in vita

replicando conchiude a quel che ascolta: «Vuol ragion ciò ch'è piaciut' una volta più non possa spiacer: dunque, se piacque seguire a questo mia vista gradita,

l'errore è suo, se l'ha in spiacer volta; anzi, il troppo piacermi ha l'alma tolta». Rispondo: «El mio fedele amar gli spiacque; per tradirmi, Amor nacque

del suo bel viso, al qual m'ha sottomesso». «Non gli fo ingiuria, se mia ragion uso» risponde Amor. Fermiam punto al processo. Ricomincio: «Io gli accuso:

essa indiscreta ed ei fa ragion voglia. Vedi che è lor la colpa e mia la doglia» Colui che nostro giudice dissegno, conchiuso in causa, e più nulla s'allega

per noi, ed ei, che in nulla parte piega, dice: «Questa quistion due punti prende: il biasmo è il primo, e in ciò giudicio tegno ch'è di costei e d'Amor, che costui lega;

da me il secondo non si cede o niega, che è statuir la pena a quel che offende, perché non si distende la mia giustizia sopra maggior possa,

ché saria contra Amor; ma, promulgando la mia sentenzia donde è colpa mossa, esser dich'io il bando che si trasporti in quale a Amor consenta:

dunque, non men che lui, lei pena senta. Da questa aspra sentenzia io non appello, che mi condanna, perché a Amor consento, canzon, ma quel che m'adoppia il tormento

è che par che condanni ed egli assolve la mia cruda avversaria, e sol per quello che ogni senso d'amor veggio in lei spento; or fuss'ei l'altro, ch'io morrei contento!

E così questo in sé mia mente volve fin ch'io diventi polve, che tosto fia, se soccorso non vene, qual sol può scender da chi mi fa peggio.

Ecco bel refrigerio alle mie pene! E con questo ognor veggio l'estremo di mia vita incontro farsi, e poi torno nel foco, ove prima arsi.

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