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1389–1432

XLIII

Domenico da Prato

Nell'aere partoriva un nuvol pregno spessa e repente pioggia, quando mi guidò Amor, né sapea dove. Copria la folta nebbia al cammin segno,

com'acqua il vento poggia, talor che s'empion le paludi e altrove. Chi chiede, amando, veder maggior prove che me, giunto in quel loco

e nel foco — la fiamma celai? Teco mi dolgo, Amor, che solo sai la grave passïon che 'l cor sostenne, né so come si tenne

di dir più volte: «Io moro avanti a quella, che saggia non è men però che bella». Chiudeva i razzi della ornata vista d'onestade un sembiante,

che pare dicer: «Tu stesso mi scusa». Io che tenea la mente in essa mista, dissi parole alquante, come per nuovo ostier domandar s'usa.

Ché non divenni io marmo allor, Medusa, dinnanzi a lei, che forse mai non s'accorse — ciò che in me tenea? Io credo ben però ch'ella credea

parte del gran desio che a lei m'offerse, mai non mai si scoperse più che a Leandro la sua distante Ero. E presi per men pena altro sentero.

Non vestì prima Orcade i colli d'erba, né la bella Napea dipinse i prati, o Cerere i suoi colti, non fra le selve i fauni, anzi era acerba

l'età che 'l Monton crea, e fra l'Acquario e 'l Pesce i corsi sciolti erano allor che i miei pensieri accolti tenea con quella imago,

per cui fan lago — gli occhi ognor ch'io penso. E come avvien che indebilisce il senso per lunga doglia che l'alm' ha sofferta, cotal mi si fé certa

l'amara passïon, per che mia donna vidi con veli e con vedovil gonna, con simil lamentar pietoso e umìle, che ad amar volse Achille

pentendosi aver vinto. Ed altri il chiede: «Qual fu mai di contessa atto gentile, in fra regine mille, che penetrasse come in lei si vede?»

Questa parea venir con lento pede. «Omè, quanto mi dole! — Queste parole — rompea co i sospiri» priva m'hai, Morte, de i primi desiri,

per cui gìa baldanzosa trïunfando, lieta d'amor cantando. Or piango sola il mio signor possente, né truovo a consolarmi alcun parente.

Io, che per la pietà piangea più ch'ella, al parlar ch'io notai risponder volli, ma perdei la voce; pur poi dicea e con fioca favella:

«Prendi conforto omai, donna gentil, nel tuo lamento atroce: tal doler mai non giova e sempre nuoce. Pensa che nuovo sposo

fia tuo riposo — ed io so qual fia desso». Silenzio puosi, perché giunse appresso un tal tremuoto che temer mi féo; e poi vidi Imeneo

tra gli altri idei sopra un carro divo, per la bigama sua ornar d'ulivo. Tra 'l suon d'Orfeo e l'armonia d'Appollo quella donna fu assorta,

tal che Venere in grembo la si misse. Parvemi allor veder, né ridir sollo, muover la santa scorta, che, come apparve, subito sparisse.

Ma, pria che 'l mio desio con lei sen gisse, quella donna reale con nuziale — vestire a me si volse; fra il lampeggiar de i razzi un sguardo sciolse,

che mi fé tutto attonito tremare; anzi volli gridare: «Per Dio, soccorri me, dolce mia speme!» Ma via sparìo il sonno ed ella insieme.

— Forse via più che marmo o che diamante, canzon mia, troverai duro il macigno, dov' il cor di mia donna si converte; ma, se gli porti i miei martiri avanti,

spero che con pietoso atto e benigno, reïterando le cose sofferte, con sue parole esperte dirà: «Il conforto che al tuo signor fia

sol è ti starai meco in compagnia».

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