Dolgomi e piango, anzi contento rido, di quel che piace a chi può ciò che vuole che sia così; e così sia dich'io. Di fé, speranza e carità il bel nido
non si truova tra noi; questo mi dole. Poi fra me dico: «Non può il mondo rio servire insieme a Mammone e a Dio. Confortar mi debb'io, se in cielo è seco?»
«Se Cristo è nostro capo — a me rispondo —, come pate le membra avverse?» «Ahi, cieco — pur a me dico —, ei lascia fare al mondo, per l'arbitrio che diè, nol conoscendo,
al primo uom». Poi dico: «Io non l'intendo». Riprendendomi, par che un pensier surga e dica disdegnoso a me in me stesso: «Irrazionale al mondo e a Dio ti mostri.
Buono è il pentersi al fin, ma pur si purga; el perfetto con Dio sempre è commesso, e questo scioglierà i legami nostri. Co i vizî si convien che virtù giostri,
la qual non senza Dio si truova mai; e questo è il buon arbitrio, il qual ne scampa; ma, se l'arbitrio avverso adoperrai, solo quel ti condanna e quel t'avampa
e quella podestà, la qual t'ha tratto, ti priva d'esser figliuol di Dio fatto». Muove un altro pensieri altra quistione pur contra quel che non con rei sofismi
pruova la verità chiara ed aperta: «Io veggio un buon pastor da più persone senza colpa con falsi solocismi calunnïato, e sa Idio che nol merta.
In costui nulla falsità è reperta; simoniaco o prodigo nol veggio, né sue pure ragion posson parlare come agnel mansüeto: perché peggio
credon le genti a ragion che a mal fare?» Risponde il primo: «Cristo ne fu morto; maraviglia non è s' a un buon fan torto». In me da me rimango vinto, udita
la loïca quistione, anzi divina, la qual più volte mi torna davante: «Ahi, misera, dolente e oscura vita, lassa, senza riposo peregrina,
di Dio nimica e dell'opere sante! Al pastor mostran li servi le piante, convertite le pecore in rapaci lupi contra colui, che dentro e fori
le dee condurre». E poi dico a me: «Taci». Rispondo: «Non farò; si oportet mori, numquam verum negabo». E poi rimango vinto da compassione, e con lei piango.
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