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1389–1432

XLI

Domenico da Prato

Già con lo estivo tempo ambo i Gemelli, dietro correndo al fuggitivo Toro schiarando l'aere, fan ridere i fiori. Ripresi han l'erbe i lor soavi odori,

quali il Scorpion minaccia e 'l Capricorno, e poi l'Acquario e 'l Pesce celan fin che 'l Monton gli manda fuori. Li fauni fra le selve fan ritorno;

ogni letizia cresce a tutti li animal che sono in terra, quando solo a me stesso ho mossa guerra via maggior di pensier, che in fatti a Tebe

non fêr li sette regi. Questa, di mano in man crescendo, serra l'anima a convertire il corpo in glebe; ma, pria che morte il fregi,

di tal causa vo' dir la maggior parte. In questo tempo, quando il sol comparte a punto i razzi fra l'occaso e l'orto e fassi a noi merigge,

pervenni ove li augelli usan loro arte, in fra li rami ascosi a lor diporto dal calor ch'ei traffigge. Io, ch'era sol con mille nella mente

preclari e illustri per fama eccellente, guardando vidi innanzi a me un tal sito distante un quarto miglio, che appena a crederlo il cor mel consente:

da l'una parte v'è un pratel fiorito, giallo, bianco e vermiglio lo smalto, e chiuso di lauri e d'abeti. Due finestrelli ferrati e secreti

da questa parte son, poche braccia alti, per camera terrena, senza altra entrata o finestra che vieti altrui celarsi ne' dipinti smalti;

poi un mura incatena col palazzo un giardin dov'è l'entrata. Com' esta abitazione edificata dentro si sia non so, ch'io m'assettai

tra 'l muro e un faggio all'ombra, immaginando de l'alta brigata, con la qual mossi e che meco portai, veder questa e quell'ombra

tener quel loco per lor proprio regno: Priam co i figli in disdegnoso segno contra ad Agamenòn e ad ogni greco, e inverso ad Enea Turno,

di Roma i Galli cacciar Furio degno, Brenno, Porsenna e Pirro co i suoi seco; ed al fiume al Vulturno affigurava le romane spoglie.

Qui veggio Annibal che l'anella toglie, Fabio ver lui, Marcello e 'l buon Crespino; e veggio Scipïone, che trïunfando, a Roma si raccoglie.

Io dissegnava, e tenea il capo chino, un'altra legïone non men d'autorità, di laude e fama. Tanto mi tira in lor pensar la brama

che io gli affigurai per le loro opre nel lor singular gesto: chi Plato grida, chi Aristotil chiama, voce peripatetica gli scuopre

l'abito stoico e onesto; etnici ed epicur mi mostran gli atti. Eschine e Demostène avea ritratti retorici, con Cicero oratore,

il lor corretto dire Parmenide, c'ha i solocismi tratti dalla ripa di Caucaso, inventore, fé loica fiorire;

musici e geomètri ivi affiguro. Mentre che tale effigie tengo, un scuro e grave strido attonito mi volse inverso le finestre;

seguendo un altro, io m'accostai più al muro, perché di quella camera si sciolse; e con parole alpestre in voce mesta udi' chiamare: «O Morte!»

Questa, seguendo poi non così forte: «Sciogli este membra da l'umana vita», come chi si riteme, seco stessa narrando sua ria sorte

sotto voce, per esser men sentita, e co i sospiri inseme singhiozzando frangeva ogni parola: «Lassa, ch'io son tra l'altre unica e sola

quella che posso con ragion dolermi d'Amore e di suoi torti, qual per novo Cupido il cor m'invola, anzi m'ancide, quando ho, gli occhi fermi

nell'atti vaghi e accorti, del mio signore un ardente desio, il qual, come sua sono, or fusse ei mio, ché dove io piango, lieta canterei

più che donna che sia! Or, s'io l'avessi qui, che fare' io? Pensil chi legge, ché dir nol saprei; poi, nella sua bailia

stretto abbracciandol, mi gitterei al collo. Fu mai un sì bel viso, o sommo Appollo? O ninfe di Parnaso, or m'aiutate a commendar costui!

Io l'affiguro, ma ridir non sollo, d'ambe le luci di lume adornate come legata fui, che mal per me le mie scontrârsi in loro.

Qual Ganimede mai, qual Polidoro qual Absalon, qual Patroclo o Parisse, o qual di Leda i figli a te pari, signor? per cui io moro,

unico idol mio, crudel Narcisse. Rose incarnate e gigli son le tue guance, anzi di proprie perle: perché non posso or con le mie tenerle?

ché renderiano il perduto valore, essilïando i guai. Tapina me! non posso pur vederle l'anno una volta; onde si strugge il core

e forse tu nol sai, ché esser non può che alquanto non mi amassi. Meco piangete, o insensibil sassi, o dipinte pareti d'esto loco,

o tirate cortine, dov'io rasciugo gli occhi, non mai lassi di lagrimare! E così a poco a poco in fra l'alme tapine

con sospir paürosi il spirto corre. Se fussi or qui, chi mi ti potria tôrre altri che Morte? e me teco in quell'ora, se fusse Amor sì crudo,

sul letto in giubarel di seta porre, teco scherzando per poca dimora. Ma poi ti vorrei gnudo, sì ch'io vedessi scoperto ogni membro.

La tua candida gola, ch'io rimembro, in furia annoderei con le mie braccia, i belli occhi baciando. Allor vederti un po' crucciar rassembro,

ma, rimirando tua angelica faccia, donde ira e odio ha bando, ridendo, pace poi mi renderebbe. Se la mia bocca la tua bacerebbe

non domandi nessun, ché tante fiate quante mai dissi il nome e molte più, baciar converrebbe, stretta nelle tue braccia dilicate,

gustando il dolce pome, fin che l'ultimo gioco incominciasse. Tacendo converria questo passasse, e poi cogliessi un fior del mio giardino,

ed io un ne correi, al qual simile mai non si trovasse. Con voce umìle, o dolce amor mio fino, ridendo a te direi:

«Or ha pur giunto Fillis Demofonte; parte s'è vendicata ancor dell'onte Fedra del suo Ipolito selvaggio». Ma tutto questo è nulla,

ch'esser non posson le cose c'ho conte, e più che Fedra o Fille al fonda caggio, poi che tanto fanciulla entrata son nell'amorosa danza.

Con quello aurato stral, ch'ogn'altro avanza, m'innaverasti, o Venere crudele col qual Marte passasti. Se del tuo figlio perdéo la speranza

Dido, poi che ad Italia volse vele, pur prima l'appagasti: ma io prima né poi spero conforto. Ahi, ria fortuna, quanto mi fai torto!

Or mio padre domanda, or mio fratello e talor mia nutrice: «Che hai, Eulogia, c'hai sì il viso smorto?» Io pur mi scuso, ma egli è quel quadrello

che secondo si dice, ha già passato il core a più di mille. Briseida il testimoni per Acchille, ed ei per Pulisena anco il può dire,

e per Iason Medea. Già sento un foco, da queste faville acceso, che mi fa d'amor languire». Mentre che sì piangea,

ed io gli sentii dire: «Ecco, io son morta». Della camera udi' aprir la porta ed una donna dir: «Lassa! che fia? Oimè, Eulogia, che hai?

Qual accidente è questo? Or perché accorta non fusti di chiamarmi, anima mia?» E, rinforzando i guai, dicea piangendo: «Io son la tua Fiorita;

non mi cognosci e sai ch'io t'ho nutrita? Ma parmi l'alma già da te migrata, trista me dolorosa». Subito a lagrimar pietà m'invita,

credendo quella per amor passata con tal pena angosciosa ch'io mi gittai tra i fior quivi disteso. Ma poco stante mi tenne sospeso

un gran sospir com' uom che 'l sonno lascia ed un «Oimè!» con esso, per modo che a ascoltar tornai più atteso; e troppo bene udi' che, fra l'ambascia,

quella fanciulla appresso disse: «Monna Fiorita mia, che fate? Or non sapete voi la novitate che or m'intervenne d'uno sfinimento

tal che quasi m'uccise?» «Cara figliuola, sì; onde ho levate le mani al sommo Iove, che 'l tormento da lo mio cor divise,

poi ch'io ti vidi il spirito tornare. Ma qual cagion t'ha fatto sì cangiare il tuo lucente sopra ogn'altro viso, che solea far sereno

davanti a sé ciò ch'el potea sguardare, bianco e vermiglio, o fresco fiordaliso?» «Forse ch'io venni meno — disse Eulogia — perché ier digiunai,

ed esta mane ancor poco mangiai, vinta da un fumo che 'l stomaco getta. Questa fu la cagione di questo caso». Ed ella: «Perché il fai?

Non digiunar, figliuola mia diletta; toi questa confezione. Tu se' troppo fantina a tali affanni: forniti non hai ancor pur tredici anni.

lascia a me digiunar, che omai son vecchia, e tu piacer ti dona tra danze e canti, adorna di bei panni». Già Febo inver la Spagna s'apparecchia,

onde i suoi corsier sprona Eoo, Piroi e Filogeo e con Eton, sì che 'l carro volgeo a quell'altro emisferio; onde, pensando

nelle ascoltate cose, mi dipartii là donde udito aveo, più volte ogni parola reiterando. Una quistion propuose

l'animo mio, così fra sé dicendo: «Costei che ama, se chiaro comprendo, si duol perché l'amato non s'accorge del suo caldo desio,

né vuol scoprirsi ad altri, ed io l'intendo. Ma poi che Amor la grazia non gli porge, giel posso scoprir io». altra oppinïon dice: «Nol fare,

ché, se colui venisse a innamorare, io so come sa far Fortuna poi: gran pericol saria non potersi a lor posta trovare.

Ben so d'Amor tutti i tranelli soi; ecco poi gelosia, e, dove una si duol, due n'uccidrei. Questo non farò io, ch'io non vorrei

legare alcun che sia libero e sciolto; così posso contento far altri, o forse pene adoppierei». Da ogni fantasia questo m'ha tolto.

E pur passione sento veder perder colui per ignoranza una sì bella e grazïosa amanza quanto richiede la sua gentilezza,

e lei morir per lui; s'io ben compresi, ognun di loro avanza qualunque creatura di bellezza. Così quel giorno fui

dal dolce lamentar per pietà vinto, sì che nel core il porto ancor dipinto.

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