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1389–1432

Untitled

Domenico da Prato

Soletto con pensier spesso in selvagge parti mi truovo, e quando in boschi folti, di fronde nove gli arbuscelli involti, quando in selve silvestre,

o per campestre, — o monti, o verdi colli; talora in valle, o sperso calle, o in piagge, e quando per spilunche o in sterpi molti, o in rimoniti poggi, e quando volti

ho gli occhi in parti destre, luci maestre — da i fioretti molli da la brina, qual la mattina cade. Così tra le rugiade,

o a ruscelletti, o a fonti è mio diporto, o in bei giardin verzieri, o in prato, o in orto. Trovâmi un dì, di boschetto in boschetto, svïato da i pensier per un diserto;

di fiori il smalto è di fronde coperto, quasi da Febo ascoso. Così pensoso — più oltre passai. Arrivato in un prato per diletto,

dov' i fior loro odore aveano aperto, donne vi vidi lavorare un serto: sedeansi con riposo. Maraviglioso — allora ciò mirai.

Alzai la fronte, ed una fonte v'era nel mezzo d'esta schera, che, noverando lor, mi parvon nove, quivi mandate dal superno Iove.

Cominciò l'una a dir: ù Care sorore, passato è molto tempo che noi Muse nel bel Parnaso siam state rinchiuse e dai vizî scacciate;

così, sprezzate, ù né da alcun diffese, or siam qui sole come vuole amore del nostro car figliuol che ci ha dischiuse, le virtù alzando, quali eran confuse;

questi l'ha essaltate con la nobiltate ù sua cortese. Noi d'onor fregia e i vizî spregia forte; apriàngli omai le porte

dell'onorato nostro franco regno, perché di noi più che nullo altro è degno. Deh, costui rimirate, o Talia, o Clio, o Melpomene, o suore mie pregiate!

Quanto è sua gran virtute, or l'onorate, poi che noi tanto onora, né già dimora — di seguire Appollo. Non ha simiglio il vostro figlio e 'l mio;

però facciànci incontra lui adobbate, in questa fonte Elicona il bagnate, ed io con voi ancora: venuta è l'ora —, ed io Erato sollo.

Deh, non stiam più, ché sua virtù ci chiama sua gioconda fama, augendo sempre nella nostra via, che è retorica tutta e poesia.

Questi ci ha rifrancate in ogni pondo; vedetel che ci ha fatte madri e donne, e noi invoca, noi tien per colonne. Dunque omai ci moviamo,

lui soccorriamo — a tutta nostra possa. Questa ghirlanda ci adomanda al mondo, qual or facciam di lauro; e le sue gonne di pennea adornerem, ch' a noi il guidonne —.

«Compiuto il serto abbiamo, ma chi mandiamo?» Ognuna a dir fu mossa. Così guardando, udi', gridando, dire: «Ecco di qua venire

Mercurio, il qual la nostra voglia osserva: per certo a noi mandato è da Minerva». Come presente a queste donne venne l'uccel sereno, degno e trïunfante,

inverso lui si mossor tutte quante; lui salutâro, e ei loro; poi il domandâro donde era venuto. «L'affaticose — rispuose — mie penne

cominciando han cercato dal levante fino al ponente, o care ninfe sante, e nullo uomo trovâro che 'l vostro alloro merti o tal tributo,

quanto colui che tien voi per le chiome: ei vi chiama per nome, ei sprezza il mondo e i vizi e ogni divizia; in voi si specchia, sol di voi ha letizia;

pel vostro ha abandonato ogn'altro regno. Egli è colui che tanto vi diffende: chi vi dispregia, ei l'ancide ed offende; per donne v'ha sposate.

Or l'ascoltate — come vi desidera; veduto l'ho dir: non so quanto è degno! Ciascuna alta virtute a lui s'arrende, sua fama fino all'Impireo si stende».

A udire eran fermate, stando appensate — come chi considera; dierongli poi e dissor: «Toi e dona a lui questa corona».

Poi si partîro; ed ei, volando esperto, diceva: «Io porto questa al buon Roberto». Fuor dei bei fiori e d'esta selva verde, vanne omai, canzon mia,

poi ch'io non ho balìa d'uscirne, tanto mi ci son smarrito; e troverai colui che nulla perde per la sua cortesia.

Non gli dir chi io sia, perché son d'ignoranza sol vestito, essendomi nutrito per selve, prati, fiumi, fonti, o in scoglio.

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