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1389–1432

Untitled

Domenico da Prato

Donne più che 'l sol belle, accorte e sagge, con capei d'oro, parte a l'aura sciolti e parte in trezze vagamente accolti, non in vista terrestre,

in atto alpestre — ed inimiche ai folli, quando le spalle già da l'onde tragge Febo, e dal cielo i suoi lumi son tolti, m'apparvon liete, in su tenendo i volti.

Io con parlar pedestre, da le finestre — mie domandar volli la più vicina. «Ove, regina, vade? Chi siete? e in quai contrade

regnar solete?» Ma la voce a porto non giunse, più che suto fussi uom morto. Ella, che vide ascoso entro il mio petto il domandar ch'io fea non discoverto,

che ibernal temenza uom poco esperto molto fa paüroso e vergognoso, — mi si fé più assai allora a lato, e con un grato aspetto,

che del suo buon voler mi rende certo, el timor tolse, che al cor s'era offerto, con parlar pietoso, sì grazïoso ch'io nol direi mai,

con sì pronte sentenzie e conte, ch'era mirabil cosa e vera, da non ridirla altrui senza gran prove; e in questo modo la sua voce move:

«Noi siam d'ira inimiche e di dolore, da ogni passïon mondana schiuse, per la virtù che quel signor c'infuse, donde siam derivate.

Noi siam dal cielo a voi mortali scese, mosse dal sole, il qual sòle ogni core degno di noi gioire, e in lui siam chiuse, in una parte più e meno effuse.

Non è felicitate ove non siamo amate — e bene intese. La nostra reggia oro dispregia e morte: avventurata sorte

è quella di qualunque non ci ha a sdegno, e non sigilla senza nostro segno. La vera nostra reggia è il sommo Idio: in lui eterne siamo ed increate;

quivi si legge nostra quiditate, né altrove indi fora; nostro fior non si odora in vil rampollo, senza consiglio di periglio rio.

Nell'anime al ben fare abitüate per l'imagine nostra siam locate, che di noi l'innamora, orna ed infiora — lor la fronte e 'l collo,

e sempre in su trae di qua giù chi ci ama, con più e miglior brama, potenzia ancora che nel cielo stia, convien che ostel dell'idol nostro sia.

Noi ci volgiamo a torno in questo tondo, diventando dell'anime madonne, ove di grazia il re nostro spironne, a cui noi obbediamo.

Togliendo andiamo — alle sepolcre l'ossa per ogni banda ove ci manda al mondo, e vita diam di che morte privonne ed ali con le quali al ciel volonne.

Mai d'operar posiamo: traiamo — or questo or quel morto di fossa. Così, tentando e migliorando, gire convien fin che finire

voglia colui, di cui ciascuna è serva, l'opera grande che nel suo cor serva. Chi amiche ci volle si contenne da le dolci sirene e fu costante,

né puose il capo ove star deon le piante, per acquistar tesoro; da noi e non da oro — è posseduto. Sì dispüose e compuose che tenne

noi per regine, e fassi tanto avante a poco a poco che diventa amante di tutto il nostro coro; né suo dimoro — altrove è mai saputo.

Questi da noi tien poi il suo cognome, ma pria convien che dome carne in sé, fortuna con giustizia, seguendo il segno di nostra milizia».

E detto questo, con un dolce sdegno di caldo amor, che più sempre s'accende verso i mortali, el grieve error riprende, che l'ha quasi lasciate

c'ha disprezzate — le lucenti sidera; drizzò il co' ad Alfa ed omega, suo segno e sparse come folgor che 'l ciel fende, mentr'io l'udi' come stipa s'incende.

Mie membra eran 'nfiammate e poi gelate — come d'uom che assidera, quando co' suoi razzi noi abbandona Febo, e 'l ciel più non tona.

Io mi rimasi solo, afflitto e incerto, se mai sarò a quel bel coro offerto. — Se dopo il verno ogni piaggia rinverde, canzon, forse ancor fia

quel che 'l mio cor desia, d'esserne con quel santo coro gito; ma ora, infin che 'l dì non si comperde, cerca di via in via

d'un che m'alletta pria; poi, quando a lui vogl'ire, ei s'è fuggito; cercami, dico, trito d'un che s'asconde, e, lettogli esto foglio,

digli ch'io l'amo e conoscer lo voglio.

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