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1389–1432

Untitled

Domenico da Prato

L'alma dolente in tutto si sconforta, e se dimandi il quare, Amore, io tel dirò, perché m'è licito; ed ho speranza che se ascolterai

la cagione e 'l perché mia vita è morta, faratti lagrimare piatà, dov'io ti mosterrò col dicito or come se' crudel ver me; vedrai

prima de' pianti assai da questa crudel donna, e de' sospiri, percosso da martiri quali ho sentiti, poi che a me mostrasti,

perché la tua figura in lei formasti. Questa è la prima parte del mio pianto, e la seconda appresso è che sperne di me si fa la gente;

la terza è che 'l tuo cor sempre è più fero; esce la quarta, povertà da canto; la quinta è che m'ha messo Fortuna in loco più ch'altro dolente;

la sesta è che di male in peggio spero; così non fusse vero come la parte settima mi sprona, e mai non m'abandona

Morte, la qual mi segue con sua rabbia; l'ottava è lebbre, malattia e scabbia. Quale è colui che non si meraviglia come tra tal tempesta

la misera mia vita è viva ancora, e perché morte io non chieggo a diletto? Ché sol malinconia sì m'assottiglia dentro cotal foresta,

che sopra ogni altra cosa mi martora. É da meravigliar come al dispetto mio non mi tien suggetto Morte tra gli altri soppelliti al basso,

poi che m'ha privo e casso d'ogni alegrezza che vita dee dare: ma perch'io vivo, Amor ti vo' contare. Forza dal ciel si move, che mi tiene

co' suoi fulvidi raggi del vago viso, e tal volta s'alegra; e questo è il cibo che 'l mio cor notrica. Io son ben certo, Amor, ch'è vana spene,

perché molti più saggi non hanno avuto in lei vittoria intègra ben che puoi dir: «Perché duri fatica poi che tu hai per nimica

Fortuna che t'ha messo in basso fondo? V'è che via più giocondo di te è privo del suo gran splendore». Veggio ch'è ver; ma ora ascolta, Amore.

Se sua forza adoppiasse Giove o Marte o 'l cielo o sue pianeta, non potrian far che di lei non parlassi, la lingua non togliendomi o la vita.

Io la vidi l'altr'ieri, Amore, in parte quella dea non discreta con pulzelette, come con lei fassi, e con tale adornezza che infinita

mi paria; onde uscita di me era la mente a mirar lei. Questa moveva i piei con tanta leggiadria sul santo smalto

che 'l tuo figliuolo Amor mi fé uno assalto. Nel loco dove è afigurata quella vergine madre e donna, dove la Staggia corre, ivi danzava

questa pulzella con più sue compagne. Muovasi Febo con ogni fiammella e sia qui mia colonna, sì ch'io saccia ridir ciò che ascoltava

e la veduta di sue luci magne! Se la mia vita piagne, non se ne meravigli chi qui legge, poi che speranza regge

la mente mia, la quale è in un diserto e non si vede aver per ben far merto. Poi che danzar la vidi dov'io dico, non mi ricordo mai

veder nulla allegrezza a l'alma stanca. Con una voce angelica e gentile incominciò del buon troiano antico quella a cui mi donai,

d'Anchisse dico e di Venere franca, di Troiolo e Criseida, e 'l signorile Tristan, qual non fu vile, di Piramo e Tisbe e di Narcisse;

ancor via più ne misse, e questo disse in una canzonetta, la qual dirò, poi che arò questa detta. — Non bisogna, canzon, ch'io t'amaestri,

però che sai a chi tu ha' ' arrivare; ma se alcun ti volesse veder prima, movendo sempre li tuoi passi destri, senza la prosa tua non ti mostrare

con la ballata che ha sì dolce rima. Poi fa' che con tua lima innanzi ' Amore asottigli lo 'ngegno, che ancor di grazia mi potria far degno.

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