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1389–1432

LV

Domenico da Prato

Figliuol mio, nel chiamar tu prendi errore, ché tal nome è in me affranto e tu il pruovi in tuo pianto, ché mi fo sterpo, se mai fui bel fiore.

Deh, facciamo un del tuo e mio merore, lagrimando fra noi! Pria ci abbracciamo, e poi del mio tormento al dir prenderò lena.

Non più eccelsa madre alta e serena, ma vil fante mi face un serpente rapace e de' lupi, che in me ho grande stuolo.

Dentro mi morde ognun; quello fuor solo m'avampa, appuzza e fède. A cui chiamo merzede? Dentr'ho li stocchi, e al petto fuor la lanza.

Sol condolermi, null'altro m'avanza. Io non farò menzione di tutto in mio sermone, ma d'una particella, ove ridutta

s'è tua domanda, e quella fia costrutta. Fa' pur che t'assottigli, sì che chiara la pigli, dico l'esposizion che chiedi appieno.

Maravigliti tu, se già il veneno lombardo ha il mio cor pregno, sì che più non ritegno, perché son quasi al fin di mio lavoro?

Già fa buon pezzo, s'ingegnâr costoro, che in mia diffesa pogno, farmi tornare un sogno; non potêr, ché non era ancor mia pasca.

Or che di niquità piena è la tasca, e pur l'un l'altro cunia, al pesce la cicunia non val fuggir nel stretto, e sé rampogna.

Nullo han timor di Dio, null'han vergogna questi, che civi fai; né sian scesi dirai dall'alma Roma. Or drizza al vero il ciglio:

qual truovi a Bruto primo esser simiglio, che per la patria stinti e di lor sangue tinti facci ambo i suoi figliuoli? Anzi è più adorno

dal padre quel figliuol che ito è attorno e fatto ha come l'api del mèle. Ecco i miei sapi: facciam danar, ché bene aremo onori!

Assai dissi, in essemplo, i grievi errori del mio mal manifesto; perché 'l cielo or s'è desto a mostrar l'ignoranza de i profani

miei cittadini? Or son questi i Romani, che per sì lungo spazio crebbon Roma? Ov'e Orazio, che, pel tagliar del ponte, si fé eterno?

Nullo tanto costante in me dicerno, che, per picciol spavento, non gli paia ognor cento ch'al suo nimico dia le bianche carti.

Dov'è Cammillo? Or vieni in lui a specchiarti, ché mi soccorra, or ch'io nel crudel fato mio chiamo soccorso; el ce n'è quantitade!

Io non vo' dir di lor la probitade; tu 'l sai, senza ch'io aditi. Pasconmi di partiti e di ragionamenti vani e incerti.

Dove truovi ambo i Decî, a profererti morir contra costui dello cui sangue fui sempre nimica? Or dov'è chi dispuose

l'orgoglio de' Sanniti? E se nascose le prove signorili son state, con sottili avisi al rotto legno han posta pece.

Io non parlo d'ognun, ché non mi lece, a di quei che per boria credonsi aver vittoria; voglion ch'io voli e tratte m'han le penne.

Io caggio, e più non c'è chi già mi tenne, e veggio sì abbassato mio trïunfal senato: parmi che un picciol fiato al fondo il metta.

Di me Ierusalem nuova s'aspetta farmi da genti ladre, le romagnuole squadre prender rubando le mie magion degne,

nuova Sagunto incender di sue legne. Questo fia sopra noi, perché li prieghi tuoi non saranno essauditi a tempi ed ore.

Lassa, ch'io moro, tal dentr'ho il dolore! e tu me ne dai indizio, ché sai ogni mio ospizio esser di vizî pien fino alle porte.

Nuovo ti mostri, e pur scuopri este torte, nel dir che proverbiato fia ciascun, tolto il stato di quel peccato, dal qual più è gremito.

Quanto il mio reggimento è ben fornito di quei che Roma alzâro, or non si vede ei chiaro? Ché non pur di Fabrizio un sol c'è reda,

rimandando il tesor, l'oste suo leda; anzi è quel più saputo che 'l segreto tributo rapisce, e chi a sé parte il soldo intero.

Ahi, popolazzo mio, ben torni un zero, perché il tuo sangue preme chi né te né Idio teme, mercantanzia di te facendo a gara!

Non è la mia cittadinanza avara in lascivie e ir giucando, ma sì a trarmi di bando, dove a mettermi fùr veloci e pronti.

Il tuo giusto pregar, che meco affronti, non loro, io pur l'apprezzo; però, s'io rompo e spezzo la singhiozzante voce in dire il vero,

maraviglia non è, s'io mi dispero, che 'l mio cor è invilito a ritener l'invito contra il nimico, che mi palpa e tangue.

Piange mia vista e dentro l'alma langue, poi che i più vil vicini tolti m'han già i confini, che mia l'alpe facean pendente il fiume

e tal parte del pian, ch'è un gran volume; e quanto più m'attempo, avvegna che per tempo, fia quel che or veggio, e son senza consiglio.

Converso è in lepre del lïon l'artiglio. Così non fusse ei vero, come in gran vitupero rinvolger veggio i miei biondi capelli,

lordarmi poi gli occhi lucenti e belli, velar mia faccia adorna da quel che non soggiorna, fin che mi veggia consumata in guai!

Siena conforti, e per certo ben fai, perché è or triunfale; pur gli darò nell'ale: temo di tamburin sian le sue reni.

Mescolar veggio insieme or più veneni, darmeli a ber per sete; e dintorno ho tal rete tesa, ch'io chiamo Morte or sia benigna.

Privami, innanzi che questa cicigna sottometta il mio ardire! Ben mi veggio languire, senza recreazion de' miei lamenti.

Son per me di pietà i pianeti spenti, foco, terra, acqua ed are? In cui debbo sperare, se li elementi e 'l ciel chius' han la strada?

Se a Iove il mio pregar già non aggrada, non so grazia ov'i' acquisti; gli altri soccorsi ho visti tutti mancar, né più c'è amor né fede.

In te spero, Signor, trovar merzede; e, se il popol mio è gnudo di merto, onde or ne sudo, non metter l'error suo, Signor mio, a conto.

Ginocchion, sol con gli occhi in ver te monto; con man giunte i tuoi aiuti priego che non stian muti: col voler puoi tal laccio avermi sciolto.

Già fu il tuo popol via più stretto e involto per più fïate, e sole le preghiere al tuo Sole fêr romper ogni volta lor catene.

Piacciati, Signor mio, per quella spene ch' abbiam vederti in carne, d'esto periglio trarne; come da Iosüè per te scacciati

für gli Ammorrei e gli altri suggiogati, così il biscion villano per ogni monte e piano veggia scacciar: del desio incendo et ardo

sì che 'l pronusticar mio sia bugiardo.

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