O fiamma eterna, guai a chi t'accende! guai a colui che di tal foco avampa! Pianghino i sensi, il corpo, il spirto e l'alma! Ben dee percuoter l'una e l'altra palma,
perdendo quel che 'l cielo e Iove ostende, dov'è marchiato poi d'infernal stampa. O miseri dannati, nullo scampa! Chi in questo vizio la sua mente regge,
di Dio rompe la legge, offendendo se stesso e la natura: non è cosa più oscura. Guai a colui il qual non si corregge!
D'un paese si legge che ne perì con Soddoma e Gomorra; or più che mai ciascun par vi trascorra. Quel che 'l commette pel gran puzzo fugge.
Quanto esser dee a noi maggior fastidio? Pensil ciascun, ch'io per me dir nol posso. Guai a chi è da tal vizio percosso, che più ch'altro peccato fonde e strugge
l'anima trista d'eternal micidio! Ogni giustizia, pena e ogni martidio, che riceve nel mondo, è men che poco; e non che basti il foco,
ma cosa merta ch'io nol saprei dire. Tutti abbiamo a morire, né mai pensiamo il quando o in qual loco; onde pietade invoco
al glorïoso Idio che ci corregga ed a sì bestial vizio omai provegga. Ahi, lorda brama, rea, vituperevole, ché non si specchia qui l'umana mente,
come Idio gli occhi a noi con pietà leva? Non diè un garzon a Adamo, anzi diede Eva per compagnia con legge convenevole, e così seguir dee tutta la gente.
Pianga chi fa il contrario e stia dolente; pensi che ogni virtù di lui si dole! Scurane i cieli e 'l sole, la luna e stelle, e ognuna par che pianga,
onde convien s'affranga. Qual scusa aver mai posson sue parole? Facci quel che si vole che all'altissimo Idio mai satisfaccia,
né può far cosa poi che più gli piaccia. Beato esser gli par chi più si sazia; ahi, sventurato a lui che non sa bene quanto tormento allor gli s'apparecchia!
Sempre pianger dovria, ma non si specchia come da Dio riceve tanta grazia che può, se vuole, il cielo o vuol le pene. Guai a chi s'empie di grazie terrene
e spezialmente d'esta infamia lorda, vituperosa e ingorda, per cui si lascia il giusto matrimonio. Guai a chi si fa demonio
d'uom razionale, onde se stesso morda, ché non può sciôr la corda! Io non ne potrei dir quanto bisogna, ed a parlarne più m'assal vergogna.
Amor si duol con parole angosciose, che nol comprenderian le menti nostre, veggendo farsi ogni dì tanta ingiuria. Non per le donne più si move a furia
le prove che solean maravigliose schermir tornïamenti ed alte giostre: chi più può pe i garzoni or fa sue mostre. Ma d'acqua il mondo prima ebbe sentenza,
or per questa semenza divampar si vedrà di foco a tondo; e è sì corrotto il mondo che non che questo sol fusi in Fiorenza,
ma in Francia ed in Provenza è tanto sparto che nessun riguarda, ben che de' cento milia un se n'arda. Moveransi da' ciel le fiamme e i dardi
e fia l'arsiccia rena il tristo ospizio a ricever tal pioggia e tal tempesta. Guai a colui che aspetterà la festa, qual fia a lui per tempo e non già tardi
a ritrovarsi a sì aspro giudizio! Come si pote mai trovar tal vizio che tanta umana gente si dannasse, e in bestia trasformasse
quell'anima che fu da Dio creata, fatta da Lui beata, e per tanta miseria sé oscurasse? Né par che si pigliasse
essemplo mai di quel che ho detto pria: onde guai a qual segue soddomia! — Canzone, io penso ben che spiacerai nel mondo a gente assai,
ma armata di virtù starai sicura, ché del ver dir non si dee aver paura.
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