Perduto ho il tempo per non più aspettarne sol di chiamar piatade alla mia donna: veggio di crudellezza ognor più s'arma. Amor mi caccia, ed io non posso andarne;
tanto mi tien la persa e rossa gonna fiso a mirar che Morte mi disarma. Ma pria che al tutto mi levi la scarma, lo Impirio i miei sospiri intonar denno,
e po' faccia a suo senno Morte e Fortuna e Venere con Giove, quali or mostran ver me lor grandi prove. Dinanzi alla lor vista aspra e feroce
fuggo, passando colli, selve e piagge; sempre piangendo, arrivo a una isoletta. Gli occhi rivolgo verso la gran voce, mirando il loco e le parti selvagge
dov'io cacciato fui con tanta fretta. Così vidi venire una barchetta per l'onde chiare, onde apportar volea; dentro una donna avea,
la qual cantava e dicea: «Io son colei che 'l mondo volgo colle braccia miei». Io, ascoltando il canto del gran pondo, fra me a pensar cominciai molto forte,
dicendo:«Serìa questa quella luce, dico mia donna, che rivolge il mondo con sua bellezza, o serìa mai la Morte, la qual miei sensi fra' morti conduce?»
Ma più pensava che fosse il mio duce, tra me dicendo: «Piatà l'arà smossa; però ha fatto tal mossa per me scampar d'esta spiatata guerra».
Intanto ed ella giunse e scese in terra. Lasciata ch'ebbe la canzon gioconda, volsesi a me quella donna reale e salutommi, e poi mi mise in barca.
Or passa nostra navicella ogni onda più presta che non esce d'arco strale, tanto che in alto mar passando varca; e mia mente riman di dolor carca,
perché la donna cominciò a dire: «Or non potrai fuggire». Poi si partì, e me sol lasciò stare: prigion rimasi di Fortuna in mare.
«Or chi guiderà omai mio tristo legno? or chi mi caverà delle salse acque? — cominciai io a dir con gran lamento. — Ben mi mostrasti di Fortuna segno,
non che al cantar, ma fin che l'alma nacque, qual sempre è stata in martiro e in tormento». E, per farmi dolere a compimento, volta è ver me la dispiatata Giuno;
con Eolo e Nettuno mandano pioggia, grandine e tempesta sol per veder di me l'ultima festa. Spesso sossopra la barchetta trista
si volge, perché l'onda la coperchia; nel tuffar, sempre m'apicco alla sponda. Con paura e dolor mia vita è mista, tanto per forza l'acqua mi soperchia;
sopra giunsemi poi una grande onda, che mia sera navicella affonda, fiaccando il vento, l'albero e la gabbia. Io, per fuggir tal rabbia,
notando forte arrivo a uno scoglio: quivi m'arrendo a Morte, e a Amor mi doglio. La crudel fera mostrasi sdegnosa e vista fa non volermi accettare.
Or cresce il duolo, ond'io piangendo strido; ma quella che a' suoi servi è pur piatosa, veggendomi con stento disperare, mandar gli piacque il suo figliuol Cupido
con sua barchetta a cavarmi de' lido. Quando da lungi lo vidi apressare, cominciai a gridare: «Piatà! piatà!», credendo che Fortuna
ritornasse per far mia vita bruna. Quando l'onda in ver me più lo sospinse, con l'ali aperte in sulla proda il scorsi; allor piangendo dissi: «Ecco Caronte.
Omè! omè!». L'angoscia sì mi vinse che allo 'nferno un tuon di dolor porsi: «Ora aprirai tue porti, o Flegetonte, e bagnerommi in la stigiata fonte;
Megera con Eletto or ti consiglia, ché omai volgo le ciglia al vostro regno». E per gittarmi in fretta in mar mi mossi; ma e' disse: «Aspetta!»
Ferma'mi allora. Egli era già appressato tanto, ch'io scorsi l'angeliche penne. Pensa, uditor, se vinse il dolor primo la gran letizia. Già era smontato
l'uccel giocondo ed a me se ne venne, onde alla gondoletta ambo sen gimo. Del mare usciti, a un fiumicel salimo, qual batte appiè del Bonizo castello,
che sopra ogn'altro è bello; ivi apportai dove ho posto mio zelo. Ed e' volse sua barca e tornò in cielo. Canzon gioconda, pria di duol vestita,
a mia donna non gir, che ha il cor di petra, ma passa il bel castello asitüato da i due fiumi, e fa' che vadi ardita con l'arco a collo e allato la faretra,
per far difesa, se 'l camin sturbato d'alcun ti fusse, o ignorante o ingrato. Tanto camina che in ciel giugnerai: ivi ti fermerai
ginocchion 'nanzi all'alto dio d'amore, quale è stato, e fia sempre, mio signore.
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