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1478–1526

Untitled

Diomede Guidalotti

Più volte minacciato ha farmi correre Menalcha retrovando le mie capere fra le tenere erbette sue transcorrere, e detto di voler l'armento rapere.

Non scio per che cagion sì mi abbia in odio, che i sui pascoli a me sol vieti capere. Volontier lassarei questo custodio per non avere ogni giorno a contendere,

che con pastori il contrastare inodio. Pur via bisogna da cibarle prendere, se fuggir dil signor voglio la furia: non è poi chi mi voglia alcun deffendere.

Che deggio far? S'el smagra, è per incuria mia, se 'l satollo qui, Menalcha scoppia se vendetta non fa di questa ingiuria. Non ho di bene in parte alcuna coppia

e di che a miglior erbe io possa fuggere: più del balsamo assai ne abbiamo inoppia. A occhiata veggio i mei greggi destruggere se in altro loco un mezzo dì dimorano

e stanno insieme sol belando a ruggere. Io mi starò pur qui, poi che lavorano Menalcha e suoi là su per quelle grottole: non voglio che le mie di fame morano.

Io non stimo una frasca queste noctole e per mostrarli ben che io non scio temere dirò ne la zampogna alquante frottole, pur che io mi accorga che mi voglia premere:

forse cognoscerà che un pastor povero è de le ingiurie reccevute memore. Per tanto io poserò sotto a quel rovero e questa mia zampogna io farò stridere,

che in tasca come argento io la ricovero, e starò in sul veder, però che ridere non facessi qualche un preso alla trapola: par che sia sempre chi del mal desidere.

Se Lycida di mano ora ci scapola me stesso voglio a qualche ramo apendere; ma il scotto pagarà se al laccio incapola. Mai giovato non mi è costui riprendere

e le mie grida al vento si consumano: altra via certo mi bisogna prendere. I servi sempre ogni cosa presumano e calcar ce vorrian come la polvere,

ne stiman dio quando avinati fumano. Mai da' lor vezzi non si posson volvere, né facilmente scian mutar proposito: costui forse potria la pena solvere.

E in ogni modo l'animo ho disposito di castigarlo del tempo preterito, che sempre a ogni mio facto io l'ebbi opposito. Questo de benefici è sempre il merito,

che con ingratitudine si munera il bene che più volte ha grande interito. Queste di mia fatica or son le munera, che sian rotte le biade e l'erbe tenere:

9 in tal modo un pastor vivo si funera. La carne ormai ridotta in bianca cenere per continuo sudor che la dea Cerere a noi propitia si coroni e venere.

L'opera perde de lo arare e serere e dove aiuto più posso discernere se le mie biade non vorrò deserere? La vita pastoral mi convien spernere

se in qualche modo i dei più non me aiutano: altro remedio già non ce scio cernere. Stolto questi pastor poi mi reputano, che de' mei danni lamentar mi sentano

e il tutto solo a mia avaritia imputano. Intanto i servi lor qui se appresentano per farmi maggior rabbia al petto nascere de gli agni mei che per la fame stentano.

E veggio che non ci è per lor da pascere e Lycida e quelli altri i danni accrescano per aversi piacer di farmi irascere. Veggio le vacche d'altri che qui trescano

e patirò veder tanta voragine? Ma lassa da me forse ancor non escano: bastami aver del mal factore indagine. A che indarno di pianto il viso maculo?

Io son stimato inanimata imagine. Non tardian più, ciascun pigli il suo baculo et a Lycida andiamo ogni osso a frangere, che non ha consigliato oggi l'oraculo.

Ma andate occulti, più che il possa tangere con questo ramo e ricordar le ingiurie: scio non mi piegarà con falso piangere. Tyrse, tu non lassar che qui luxurie

l'armento. Alla capanna il vo a reponere: ma che bisogna a te far tante furie? Lycida, bene or ti farò disponere:

non molestarmi e bramerai l'ospitio prima che alcun da nui più ti disonere. Extimati, perché se tu hai giuditio convien sciaper portar la pena lecita

a qualunque fallisce ognior per vitio. Ahimé, Menalcha, ahimé fai cosa illecita! Pietade, aiuto ahimé, misericordia! Afferma ormai la man tanto sollecita:

da te sol cerco aver pace e concordia. Ah, ah, così le volpi si castigano: poco inanzi cercavi ogni discordia. Perdon chiedo; i pastor son che me instigano

e mi era forza contra te procedere. O dio, che ho facto mai? Perché mi ligano? Pacientia, costor ti han con verghe a cedere fin che io veggia per tutto il sangue ruere,

né che ti abbian pietade alcuna credere. Io voglio questo spasso alquanto fruere. Ah crudo, il sangue mio ti fia letitia, e chi offeso non ti ha cerchi destruere?

Quel che io facea non fu per mia malitia, ma perché pascol bono altro non trovasi: fa quel che vòl ragion solo e giustitia. Se ti offusca il furor, pietà commovasi,

non mi lassar la carne a costor rompere! Giustamente per male ogni mal provasi, ma contro a te non voglio al tutto irrumpere, però né di te far (qual potrei) stratio:

al tuo sonar mi lassarò corrompere. Con quel Menalcha sol potrai far satio: io ti scioglio le braccia, or tu sei libero. Menalcha, assai di questo io ti ringratio

e contentarti col mio suon delibero benché non vaglia. Io scio che non ti supera e sia chi vòl da l'orto insino allo Ibero.

Cava fuor la zampogna e te recupera, che ben poi dir fuggito aver Lucifero: ogni uom di questi il perdonar vitupera. Priegoti, Giove, puoi che da pestifero

furor Menalcha mi ha degnato sciogliere, per me gli doni in premio il ciel stellifero. Se le parole mie ti degni accogliere, ormai dove tu vòi mi lasso volgere,

Lycida, e il tuo perdon vengo a ricogliere. Non voler quel che hai facto ora rivolgere. Io ti perdono il battere e le vincola, basta che ai prieghi mei ti lassi svolgere.

Ma io mi ti excuso ben come novo incola che cerca far quel che il signor desidera, perché altramente puoi mi batte e avincola: sì che come la vada or tu considera.

Io ti voglio da lui donque removere, che per dolcezza il tuo sonar mi assidera. Se abitar vòi le nostre ville povere, non come servo ma signor ti nomina:

deh lassati, fratello, a questo movere. La lingua mia già di disdirti abomina: stasera assegnarò le capre ai stabuli, che la clementia a ogni altro sdegno domina.

Levale Tyrse tu da questi pabuli, guidale a casa: a te serìe dedecore, Lycida: voglio che con me confabuli mentre che rimenian le nostre pecore.

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