Che fai Florindo mio pensoso e solo? A che lassi ir disperso il bianco armento? Come ti lassi sì vincere al duolo? Io t'ho già fra nui visto il più contento,
e tenere ogni villa in gioco e in festa: or non scio chi di te sia più scontento. Pasci tua vita lacrimosa e mesta per questi colli e in questa selva ombrosa
dove fanno le belve ognior tempesta. Qual causa a questo ti è fastidiosa? Chi ti induce di strane erbe a cibarti né più curare al mondo alcuna cosa?
Siedi qui a llato, che inanzi parti vedrai se viver causa ho di suspiri, che alcuna pena mia non scio negarti. Lice che io sia participe ai martiri,
puoi che quando già fusti allegro e in zioia sempre alla parte fui de tui desiri. Esserti scio mio mal, fratello, a noia, però di appaleggiarti io non mi curo
la pena che cagione ora è che io moia. E perché io scio parlar teco sicuro, sfogarò in parte ancora il mio dolore e consiglio darai forse al futuro.
Quando di primavera ogni bel fiore si vede lampeggiar ne l'erba fresca che da ogni lato ne riesce odore, cercavo alor, pastor, dove riesca
di acqua rampollo alcun, che allo infelice armento mio diminuito cresca. Alor, come dicesti, ero felice; alor mi era concesso il festeggiare:
ora ogni affanno di albergare mi lice, che quel che oggi i mortai chiamano amare tanto da ogni piacer mi ha dispartito che io non spero mai più ben retrovare.
Un mio capretto a caso era smarrito, che io me alevavo come donna un figlio, onde a cercar mi puosi ove el fusse ito. Questo sol fu cagion del mio periglio,
che, mentre avevo lui perder sospetto, persi ancor la ragione e il mio consiglio. Una nimpha leggiadra, un dolce aspetto, un viso sopra ogni altro umano adorno,
me furor libertate a mio dispetto, che, mentre discorrendo andavo intorno per ritrovar il mio gioco e trastullo, d'ambo dui gli occhi noi si riscontrorno
e, o perché sia proclive ogni fanciullo ad amare, o che il ciel così volessi, da quel che prima fui mi feci nullo. I sguardi, i dolci risi e i suspiri spessi
che dimostravon pure affectione mi sforzor che in sua man l'anima dessi. Ma qual suolsi allescar pesce al boccone così me prese ancor quella rapace,
che sempre dato puoi mi ha passione. La libertà, la mia tranquilla pace, l'armento, il gregge ha seco e ogni negotio, tanto che senza lei viver mi spiace.
Più fruirte non posso, antico sotio: perdonami, così vòl la mia sorte che or mi constringe amar pigritia e l'otio. Recuso vita e non mi piace morte,
moio e di novo ancor lasso la tomba, tanto è l'amara mia disgratia forte. Amor mi è inanzi, e la victrice tromba suona come il mio mal gli sia tropheo
e dardi sempre al cor mi lancia e fromba. Questo è il mio stato infortunato e reo, questo è il solazzo sol, questo è il piacere che mi è rimasto, o caro Alphesibeo.
E quella ingrata non mi vòl vedere, spregia i mei prieghi, mi discaccia e sgrida come il lupo al pastor suol dispiaccere. E perche più la passion mi occida
Glauco acarezza in mia presentia e tocca, ride, scherza, e con lui spesso se annida, e si lasciò l'altro ieri uscir di bocca che lui già del suo amore ha colto frutto,
né che me acceda mai serà sì sciocca. Così perduta ho la speranza in tutto, né mi posso ritrare in libertade, che seria ne lo affanno assai construtto.
Pensa tu, Alphesibeo, la crudeltade, il torto che mi è usato acerbo e grave, se regna in petto tuo qualche pietate. Io vo disperso qual percossa nave
da terribili venti in alcun scoglio, che non dura di amante aura suave; né mai la nocte per dormir mi spoglio: questa è l'acerba e mia misera vita,
questo è ch'io non son più quel ch'esser soglio. Il tuo dolore a llachrimar me invita, Florindo dolce mio, come chi ti ama. Sola ogni cosa la pacientia aita.
Io scio ben come adviene a qualunque ama, e come in van pensier spesso si trova, cogita, teme, spera, ardisce e brama. Pur non di meno el disperar non giova:
fa' che un altro pensiero in te destille, che ciascun de gli affanni amando prova. Se lei ti sdegnarà, n'averai mille: alle vacche ne vo che qua giù pascano;
vedi i colmi fumar già de le ville, e d'alti monti le grandi ombre cascano.
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