Non scio qual gratie degne, o summo Giove, ti possa referire e a gli altri dei, quando penso al mio ben che da vui piove. Per vui lo ignavo nome de plebei
fugo, per vui me lice esser beato, che invano affaticato io mi serei. Perché il vostro favor mi ha ristorato, felice vivo, e indarno si affatica
chi contro ha la fortuna il ciel e fato. Quella è verso di me benigna e amica, tanto che imaginar non scio pastore che più di me felice alcun si dica.
Se di pompa, richezza, amici e onore assai me ne contento, e più che in pace vivo contento e con allegro core, seguito sol quanto al disio mi piace;
rapreso ho il bianco lacte e state e verno e molto ho più che la mia lingua tace, sì che quanto per me veggio e discerno ogni nostra stagione è di fortuna
che non lassa durare un male eterno. E benché mobil sia ciò che alla luna si vede sottoposto e agli elementi, né sia stabil qua giù potentia alcuna,
pur bella cosa è aver gli anni contenti, e viver senza noia, affanno e pianto, privo d'ogni molestia e fuor di stenti. Io fuor d'altri pensieri all'ombra canto
dil giorno, insin che volto all'occidente al mondo cela Phebo il lume santo. Sempre lieta e tranquilla è la mia mente così potessi tal beatitudine
narrare ad alcuno altro apertamente. Ma ecco a Moelibeo gran moltitudine di capre inanzi, e vien nostre erbe a pascere che già fu d'ambo dui consuetudine.
Più a tempo qui già non poteva nascere: or discoprir potrò quel che ho nel petto, pur che non voglia de la indugia a irascere. Ahimé, tutto turbato è ne lo aspetto:
che vòl dir questo, oh che strana sciagura viene a impedirmi tanto mio diletto? Pastor, dimmi, ove vai, dove è tua cura? Che cosa è che ti attrista e tien suspeso?
Di alcun grave infortunio ho gran paura. Deh, levami da dosso un tanto peso, che a vederti affannato, afflicto e mesto son de immensa pietade al core offeso.
Pastor, io vado a me medesmo infesto: perso ho due agne bianche e le più belle, e i campi per trovarle invan calpesto. Dipartite si son dal gregge quelle
senza esser viste e forse in quelche bosco sole errando lassato avran la pelle. Ma perché, agricoltor, non ti cognosco, vorrei teco impetrare oggi una gratia,
che io non scio se più sei briton che tosco. Ti contentasti far mia voglia satia come il nome tuo sia, di che abitaculo, o se tua stirpe fu di gente latia.
Così del mio martir serai vitaculo, che vedi quanto umore agli occhi abonda: se non mi aiuti tu, serà miraculo. Forza è che a tue preghieri io non mi asconda;
servate ho l'agne tue, non dubitare: posa qui apresso me vicino all'onda. Sedendo meglio assai si pò ascoltare: siedi propinquo a un tuo diletto amico,
che forse io ti farò maravigliare, e nota quanto io ti revello e dico che, benché abbia cangiato il volto e i panni, sono il tuo Coridon fratello antico,
quel che teco solea ne' sui primi anni pascer le capre qui fra l'erbe tenere, involto nel passato in gravi affanni, non per lacci o piaccer stolti di Venere,
ma perché il tutto piacque a' nostri superi, che posson di nui far polvere e cenere; né licito è a verun che gli vituperi, perché ben scianno lor quel che gli ordiscano
senza che tal fatica altro recuperi. Quanti in un grave error, quanti periscano non credendo governo aver dal cielo, che privi del veder questo patiscano.
Credi che vero è in nui, né il stimar scelo, esser disposto ogniuno al suo pianeta come l'alma se investe al mortal velo. Io ti cognosco persona discreta
e scio che tu comprendi ogni ragione, benché la lingua mia resti qui queta. Deh mutami, pastor, muta sermone, che io non comprendo senso in questo dire,
ma tutto resto pien di admiratione. È mi parve da te dinanzi udire ricordar Corydon, un mio carissimo, per il qual mi seria grato il morire.
E perché tu mi appari uom clementissimo, vorrei sciaper se sciai dove sia lui, che mi fu un tempo già caro amicissimo. Congionti, o Melibeo, siamo ambodui,
che Corydon è quel che teco parla: crudel fortuna il separò da vui. Io ho ben donque da ringratiarla puoi che mi ha dato un tanto benefitio,
né con qual modo scio remeritarla. Lodo lo immenso dio che io t'ho propitio e resta il core ormai lieto e contento, che già pigliò nel tuo partir supplitio.
Non creder che lo amor grande sia spento, ma dimmi un poco ogni tuo caso adverso, come hai mutato in bono il tristo vento. Io ti lassai mendico, errante e sperso:
or mutate hai le spoglie e povertade ne la qual più che alcuno eri summerso. Ascolta, Melibeo, che per pietade vedrai spezarsi i sassi e firmar l'acque
se io raconto ogni mia calamitade. Inanzi per provare assai mi piacque tentar se in modo alcun mi figuravi quando principio al nostro parlar nacque.
Ma puoi che al tutto vidi che tu erravi, non ti volsi tenere in su la corda: ora ascolta mie pene e martir gravi. Quando morte crudele, acerba e ingorda
mi privò del mio padre e ciascun bene, se in parte, Melibeo, te ne ricorda, d'ogni salute mia persi la spene, che per me non restava altra speranza,
come a chi resta senza guida adviene. Non ero da consiglio o da possanza né da mei più congiunti avevo auxilio a governar l'armento che mi avanza,
onde forza mi fu gire in exilio, che rispetto non si ebbe a pueritia né che in loco restavo allor di filio. Ragion per me si perse e la giustitia;
garzon senza governo io restai solo: pensa con quale affanno e qual tristitia. Altro puoi più di me ne prese duolo, che mi ha del proprio albergo facto parte
e nutricato come un suo figliolo con tanto amor, con tanto ingegno et arte, che quando col giudicio integro penso la voce intenerita ognior diparte.
Avrei da fargli don di mirra e incenso come a satiro, fauno o semideo, anzi pur come a Giove il nostro immenso. Lui mi insegnò la via dil gran Museo
et altrove allocò l'armento inutile, causa che or ti riveggia, o Melibeo. Io scio ben quanto lui mi sia stato utile, né ti sciaprò già sua bontà descrivere,
ma pur non restarà la lingua mutile. Questa è la vera via del retto vivere: in lui giustitia ogni virtù si accoppia, a llui si pò quanto è di bene ascrivere.
Certo a divinità molto si approppia, che altramente non scio fra me comprendere se non data dal cielo a nui tal coppia. Ver testimonio a te ne posso rendere,
che cognosciuto l'ho per molta pratica, e tu il potrai volendo ancora intendere. Chi cercasse la Scythia e la terra atica non trovarebbe a questo un altro pari,
bench'egli abiti qui tra via selvatica. Nove cose da lui sempre tu impari, e se advien che si prieghi, ogni omo ascolta, né in periglio abandona i soi più cari.
Ma la gran fama sua non è sepolta, che l'opre tante sue degne e leggiadre devota questa villa hanno aollui volta. A me sempre si è mostro un altro padre
e mi ha concesso de lo armento il sceptro che non ho a mio governo io poche squadre. Così permesso mi ha movere il plectro e far quanto mi piace in uno instante,
cogliere or fiori, or mele, or chiaro electro. Surgon da questo ramo anco altre piante de le quali io non fo già minor stima, anzi grate mi son, preciose e sante.
Di qui procede il mio parlar di prima che io mossi di fortuna e fati teco: chi profunda per lor, chi ascende in cima. Ma alluminato sono e non più ceco,
o sacro nume, che mia vita guidi: sempre fixo nel cor t'averò meco. Concesso mi ha l'albergo ove io mi annidi, tanto che la mia vita è pur beata,
fuor d'affanni, tumulti e fuor di gridi. Una doppia allegrezza al cor mi è nata, e certo extimo questo un novo idio, o un'alma in terra giù glorificata,
se il predetto vero è, Corydon mio. Questo a quel che io potrei narrarti è un gerro, e di fartelo udire ho gran disio, perché tu intenda ben se in laudarlo erro.
Ma ecco Tyrse là come sollecita: vedilo a mira qui di questo cerro. Tyrse, odi quel che Corydon mi recita: voglio che con nui vegni e non mi nieghi,
che non si pò negar mai cosa lecita. Io son contento a' vostri onesti prieghi satisfare e obedirvi ho gran piacere, che licito è che a tale opra mi pieghi.
Aspettami con lui, Tyrse, a sedere, che provar voglio da lo errante gregge meco due tenerette agnelle avere. È di offerire a llui tal cose legge?
No, no, resta pur tu, chiama Iacyntho, se vòl veder chi la giustitia regge. Ma aspetta, che fai tu? Ci manca il quinto. Perché?
Perché allo impari Idio si allegra. Chiama Daphnide, Egone, o vogli Absyntho. Ben sciai che sì, che sia la cosa integra. Or su, raccolte ho qui le mie vivande:
andiamo, esser non diè sancta opra pegra. Guarda che il latte, Melibeo, si spande. Lassa pur quel ch'è sparto, io lo ricovero: divitia assai maggior n'ho che di ghiande.
Or su, surgete ormai di sotto al rovero, che io renda al nume tuo la sacra victima: scio che excuso mi avrà se il dono è povero. Di non tardare è tal causa legiptima:
vedi che Febo è già presso allo albergo. Va tu innanzi allo altare ove si victima, che tutti nui ti seguiremo a tergo.
Cookies on Poetry Cove