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1265–1321

XXV

Dante Alighieri

Ora era onde 'l salir non volea storpio; ché 'l sole avëa il cerchio di merigge lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: per che, come fa l'uom che non s'affigge

ma vassi a la via sua, che che li appaia, se di bisogno stimolo il trafigge, così intrammo noi per la callaia, uno innanzi altro prendendo la scala

che per artezza i salitor dispaia. E quale il cicognin che leva l'ala per voglia di volare, e non s'attenta d'abbandonar lo nido, e giù la cala;

tal era io con voglia accesa e spenta di dimandar, venendo infino a l'atto che fa colui ch'a dicer s'argomenta. Non lasciò, per l'andar che fosse ratto,

lo dolce padre mio, ma disse: "Scocca l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto". Allor sicuramente apri' la bocca e cominciai: "Come si può far magro

là dove l'uopo di nodrir non tocca?". "Se t'ammentassi come Meleagro si consumò al consumar d'un stizzo, non fora", disse, "a te questo sì agro;

e se pensassi come, al vostro guizzo, guizza dentro a lo specchio vostra image, ciò che par duro ti parrebbe vizzo. Ma perché dentro a tuo voler t'adage,

ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego che sia or sanator de le tue piage". "Se la veduta etterna li dislego", rispuose Stazio, "là dove tu sie,

discolpi me non potert'io far nego". Poi cominciò: "Se le parole mie, figlio, la mente tua guarda e riceve, lume ti fiero al come che tu die.

Sangue perfetto, che poi non si beve da l'assetate vene, e si rimane quasi alimento che di mensa leve, prende nel core a tutte membra umane

virtute informativa, come quello ch'a farsi quelle per le vene vane. Ancor digesto, scende ov'è più bello tacer che dire; e quindi poscia geme

sovr'altrui sangue in natural vasello. Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme, l'un disposto a patire, e l'altro a fare per lo perfetto loco onde si preme;

e, giunto lui, comincia ad operare coagulando prima, e poi avviva ciò che per sua matera fé constare. Anima fatta la virtute attiva

qual d'una pianta, in tanto differente, che questa è in via e quella è già a riva, tanto ovra poi, che già si move e sente, come spungo marino; e indi imprende

ad organar le posse ond'è semente. Or si spiega, figliuolo, or si distende la virtù ch'è dal cor del generante, dove natura a tutte membra intende.

Ma come d'animal divegna fante, non vedi tu ancor: quest'è tal punto, che più savio di te fé già errante, sì che per sua dottrina fé disgiunto

da l'anima il possibile intelletto, perché da lui non vide organo assunto. Apri a la verità che viene il petto; e sappi che, sì tosto come al feto

l'articular del cerebro è perfetto, lo motor primo a lui si volge lieto sovra tant'arte di natura, e spira spirito novo, di vertù repleto,

che ciò che trova attivo quivi, tira in sua sustanzia, e fassi un'alma sola, che vive e sente e sé in sé rigira. E perché meno ammiri la parola,

guarda il calor del sole che si fa vino, giunto a l'omor che de la vite cola. Quando Làchesis non ha più del lino, solvesi da la carne, e in virtute

ne porta seco e l'umano e 'l divino: l'altre potenze tutte quante mute; memoria, intelligenza e volontade in atto molto più che prima agute.

Sanza restarsi, per sé stessa cade mirabilmente a l'una de le rive; quivi conosce prima le sue strade. Tosto che loco lì la circunscrive,

la virtù formativa raggia intorno così e quanto ne le membra vive. E come l'aere, quand'è ben pïorno, per l'altrui raggio che 'n sé si reflette,

di diversi color diventa addorno; così l'aere vicin quivi si mette in quella forma ch'è in lui suggella virtüalmente l'alma che ristette;

e simigliante poi a la fiammella che segue il foco là 'vunque si muta, segue lo spirto sua forma novella. Però che quindi ha poscia sua paruta,

è chiamata ombra; e quindi organa poi ciascun sentire infino a la veduta. Quindi parliamo e quindi ridiam noi; quindi facciam le lagrime e ' sospiri

che per lo monte aver sentiti puoi. Secondo che ci affiggono i disiri e li altri affetti, l'ombra si figura; e quest'è la cagion di che tu miri".

E già venuto a l'ultima tortura s'era per noi, e vòlto a la man destra, ed eravamo attenti ad altra cura. Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,

e la cornice spira fiato in suso che la reflette e via da lei sequestra; ond'ir ne convenia dal lato schiuso ad uno ad uno; e io temëa 'l foco

quinci, e quindi temeva cader giuso. Lo duca mio dicea: "Per questo loco si vuol tenere a li occhi stretto il freno, però ch'errar potrebbesi per poco".

"Summae Deus clementïae" nel seno al grande ardore allora udi' cantando, che di volger mi fé caler non meno; e vidi spirti per la fiamma andando;

per ch'io guardava a loro e a' miei passi, compartendo la vista a quando a quando. Appresso il fine ch'a quell'inno fassi, gridavano alto: "Virum non cognosco";

indi ricominciavan l'inno bassi. Finitolo, anco gridavano: "Al bosco si tenne Diana, ed Elice caccionne che di Venere avea sentito il tòsco".

Indi al cantar tornavano; indi donne gridavano e mariti che fuor casti come virtute e matrimonio imponne. E questo modo credo che lor basti

per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia: con tal cura conviene e con tai pasti che la piaga da sezzo si ricuscia.

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