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1270–1336

38

Cino da Pistoia

I' no spero che mai per mia salute si faccia, per vertute — di soffrenza o d'altra cosa, questa sdegnosa — di Pietate amica;

poi non s'è mossa da ch'ell'ha vedute le lagrime venute — per potenza de la gravosa pena che posa — nel cor che fatica.

Però trovando pianger la mia mente, i' vo dolente — così tuttavia, com'uomo che non sente né sa dove si sia

da campare altro che in parte ria. Non so chi di ciò faccia canoscente più l'altra gente — che la vista mia, che mostra apertamente

come l'alma desia, per non vedere il cor, partirsi via. Questa mia donna prese inimistate allor contra Pietate — che s'accorse

ch'era apparita ne la smarrita — figura ch'io porto: perché si vede tanta nobiltate, così pone in viltate — che mi porse

quella ferita, la qual è ita — sì, che m'ha 'l cor morto. Pietanza lo dimostra; ond'è sdegnata e adirata, — ché per questo vede

ch'ella fu riguardata ne li occhi, ove non crede ch'altri riguardi, per vertù che fiede d'una lancia mortal, ch'ogni fiata

ch'è affilata — di piacer, procede; i' l'ho nel cor portata, da poi ch'Amor mi diede tanto d'ardir ch'ivi mirai con fede.

Io la vidi sì bella e sì gentile e di vista sì umìle — che, per forza del suo piacere, a lei vedere — menâr li occhi 'l core;

partîrsi allora ciascun penser vile; ed Amor ch'è sottile — sì che sforza l'altrui savere al su' volere, — mi si fe' segnore.

Dunque non move ragione il disdegno, ché io convegno — seguire isforzato il disio ch'i' sostegno secondo ch'egli è nato,

ancor che da vertù sie scompagnato; per che non è cagion ch'i' non son degno, ché a ciò vegno — com quei ch'è menato; ma sol questo n'assegno,

morendo sconsolato: ch'Amore fa ragion ciò che gli è a grato.

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