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1270–1336

163

Cino da Pistoia

Da poi che la natura ha fine posto al viver di colui, in cui Virtute come 'n su' proprio loco dimorava, i' prego lei che 'l mio finir sia tosto,

poi che vedovo son d'ogni salute: che mort'è quel per cui allegro andava, e la cui fama il mondo alluminava, in ogni parte, del suo dolce lume.

Riaverassi mai? Non veggio come. In uno è morto 'l senno e la prodezza, iustizia tutta e temperanza intera. E' non è morto (lasso, c'ho io detto?),

anzi vive beato in gran dolcezza; e la sua fama al mondo s'è com'era e 'l nome suo regnerà 'n saggio petto, chéd e' notricherà il gran diletto

de la sua chiara e bona nominanza, sì ch'ogni età n'avrà testimonianza. Ma que' son morti, e' qua' vivono ancora, ch'avean tutta lor fé in lui fermata

con ogni amor, sì come 'n cosa degna; e malvagia fortuna 'n subit'ora ogni alegrezza del cor ci ha tagliata: però ciascun come smarrito regna.

O somma Maiestà giusta e benegna, poi che Ti fu 'n piacer tôrci costui, danne qualche conforto per altrui. «Chi è questo somm'uom», potresti dire

o tu che leggi, «il qual tu ne raconte che la Natura ha tolto al breve mondo, ed hal mandato in quel senza finire, là dove l'allegrezza ha larga fonte?»

Arrigo imperador, che del profondo del vile esser qua giù, su nel giocondo l'ha Dio chiamato, perché 'l vide degno d'esser cogli altri nel beato regno.

Canzon piena d'affanni e di sospiri, nata di pianto e di molto dolore, movi piangendo e va' disconsolata; e guarda che persona non te miri

che non fosse fedele a quel signore che tanta gente vedova ha lassata. Tu te n'andrai così chiusa e celata là dove troverai gente pensosa

de la singular morte dolorosa.

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