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1514–1604

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Chiara Matraini Contarini

Padre del Ciel, se 'l mio gran pianto amaro può dell'immensa tua somma pietade impetrar di mie colpe ancor perdono, non m'esser, prego, di tua grazia avaro,

ch'io piango e 'l pianto che da gli occhi cade è proprio ancor di Te verace dono. Padre, tu sai ch'io sono tua figlia pur da Te creata, e ch'io,

se sarò dalla tua grazia sbandita in questa mortal vita, il tuo crudo Avversario iniquo e rio sarà dell'opra tua, fra tanta guerra,

vittorïoso, ov'ei si chiude e serra. Ben mi potresti dir, Padre cortese, che perdonato m'hai già molte volte e che molte di nuovo ancor t'ho offeso,

onde non son da Te, lassa, più intese le voci mie, né da' mesti occhi tolte son le lagrime e 'l pianto indarno speso. Ma sai che mai conteso

non ti piacque che fusse ad umil core il perdonar, sì come già imponesti a Pietro; e però questi preghi vogli accettar, tanto maggiore

di lui mostrando la tua gran clemenza, quant'è più propria a tua divina essenza. Già conosco, Signor, che cieca e frale, senz'avedermi unqua del proprio fallo,

lasciando Te, son corsa alla mia pena; ma so poiché 'l tuo amore è tanto e tale, che purgherà 'l mio error senza intervallo, e romperà del mondo ogni catena;

e so che se con piena voce il sangue d'Abel gridò vendetta e l'impetrò, se 'l tuo sempre più forte griderà che da morte

mi scampi al Padre tuo, da Lui disdetta non fia la grazia sua per mia salute ond'a Lui gloria sia sempre e virtude. Ben so, giusto Signor, che non aspetti

ch'eschi da me dal cieco laberinto de' vani affetti miei, com'io v'entrai; perché di lacci avviluppati e stretti ho' piedi avvolti e 'l mio cor lasso e vinto,

ond'impossibil fia d'uscirne mai, se miracol non fai simile a quel che già mostrasti a Pietro, in trarmi di sì orribile prigione.

Dunque fa' che perdone a me, Padre, ti prego, e volgi a dietro tuo giusto sdegno, e carità ti volga a perdonarmi, e del mio mal ti dolga.

Già sai che non potea fuor de l'Egitto uscir senza Mosé 'l popolo ebreo mentre 'l superbo Faraon regnava, ma stava a maneggiar la terra afflitto

tutti i suoi giorni, nel suo stato reo, né da se stesso a sé rimedio dava. Tal io sotto la prava legge dell'error mio, forte nimico,

non poss'uscir né rilasciarlo a tergo, se Tu, a cui inalzo ed ergo ogni sperar, non mi ti mostri amico col trarmi del mio error dal fango vile,

e volger l'alma a Te tutta e 'l mio stile. Tu vedi, alto Nocchier saggio e celeste, ch'io son qual nave in mar senz'alcun vento, e che mover me stessa unqua non posso

se non secondo l'onde ognor di queste fallaci voglie, a cui soggiacer sento lo spirto, di valor spogliato e scosso, se da Te non è mosso

e tirato al tuo lieto e divin porto, prima che cieco altrui desire il mene ove l'impie Sirene l'abbian nell'alto mar profondo assorto.

Scopriti dunque, omai, Luce divina, e quest'anima al Ciel scorgi e 'ncamina. So ben che non aspetti, eterno Padre, che 'l talento del dono il qual m'hai dato,

spenda qui per tua gloria e per mia lode; o 'l seme delle tue sante e leggiadre grazie, ch'in me ponesti, via portato da gli augelli non sia dell'empia frode;

o chi del mal si gode rida che dalle spine oppressa i' sia, perché sai ben ch'io son cieca e impotente, né bisogna ch'io tente

senza 'l tuo aiuto andar per dritta via, né di trovar salute altra fra noi che la tua sola, onde salvar mi puoi. Ben mi potresti dir, mia speme e vera,

ch'alla porta del cor già tante e tante volte hai battuto col tuo Spirto interno, ma come sorda e malaccorta ch'era, mai non apersi alle tue luci sante,

ond'in me non entrasti, o Sole eterno. Ma dimmi, alto e superno Re delle stelle, onnipotente e vero, Tu sol ch'hai del mio cor le chiavi in mano,

perché del mio pensiero non apri 'l seno e scacci ogn'amor vano? Già non hai, Signor mio, per me sì poco speso, che 'l perdermi abbi a scherzo e gioco.

Togli, secondo l'alte tue promesse, Signor, da me questo mio cor di pietra, e rendimelo poi tenero e molle; rompi e scaccia le nebbie oscure e spesse

di questo senso van che sì m'arretra, che 'l veder la tua luce mi si tolle. Però che Tu sol puolle col tuo santo spirar mandar disperse,

e la mia lunga notte e senza luce, alto mio Sole e Duce, render chiara qual dì già mai s'aperse, e far che 'l mio terren sterile e asciutto

produca ancora a Te qualche bel frutto. E se Tu, mia benigna e ferma speme, argumentando ancor, volessi dire che più volte in tua grazia ebbi ricetto,

ma non durai perfino a l'ore estreme perch'io ne volsi, misera, partire e seguir ben fallace ed imperfetto, direi ch'ancor disdetto

non mi debbe esser gire infino al fine per questo; ond'io, Signor, grazia ti chieggio: mentre che 'l dritto veggio, possa con opre altere e pellegrine,

fuggendo 'l crudo ed infernale scempio, mostrar delle tue grazie al mondo essempio. Già dicesti, Signor, chïunque ha fede in Te che sempre ha Teco vita eterna,

piena di santa e desïata pace; dunque, poiché mia speme ha in Te sua se posta, Tu sol m'insegna e mi governa, ch'io vo' sol quel ch'a Te diletta e piace.

Ahi Padre alto e verace, com'esser potria mai che tanta offesa facessi a l'amor tuo perfetto e santo, nell'indurarti tanto

contra ad anima umil ch'a Te sia resa, s'altro mostran le faci ardenti e chiare che nel tuo corpo altrui non puoi celare? Dunque in Te creder sempre

voglio, e por tutta in Te la mia speranza che possi e vogli al gran bisogno aitarme, e per me prender l'arme della divina tua somma possanza

contra 'l nemico mio, donde vittoria io ne riporti, e Tu trïonfo e gloria.

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