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1536–1602

87

Celio Magno

Pur m'apri, o Febo il desiato giorno che del mio duro essilio il fine apporta; e la tua bella scorta di vaghe gemme e d'or t'orna il sentiero.

Anch'io m'accingo a strada lunga e torta per far ov'io lasciai l'alma ritorno, spargendo il cielo intorno de le tue lodi e del mio gaudio intero.

Felice dì, che ben vince il primiero quando questo mio fral nel mondo uscìo: ch'allor nascendo a le miserie venni; or del mal che sostenni

esco; ed al fonte d'ogni ben m'invio ch'addolcir può con sua gioia infinita tutto il martir de la passata vita. Rimanetevi in pace alme contrade

che 'l nobil Ebro e 'l ricco Tago inonda; siate amica e gioconda stanza altrui pur, che me l'albergo offende. E s'aere in voi vital, terra feconda

di quanto ad uman uso in mente cade, fra pace e sicurtade d'ogni vanto qua giù degne vi rende, ingrato però 'l sole agli occhi splende

ove ha tenebre il cor; né può presente stato goder chi del futuro ha brama. Benché di chiara fama non men ricco il sen d'Adria esser si sente;

dov'ogni don del cielo alberga, e dove bramo anzi morte aver, che vita altrove. Oh come ardente il cor t'ama e desia, dolce mia patria, a cui s'io vivo e spiro,

s'in me pregio alcun miro, dopo Dio debbo il tutto, e 'l corpo e l'alma. Come, s'al tuo splendor il guardo giro, ineffabil divien la gioia mia!

Tu giusta e saggia e pia; tu d'ogni alta virtù trionfo e palma; tu vergine e reina invitta ed alma, porto di libertà, specchio d'onore,

e tal che chi di te nasce entro il seno, paradiso terreno, fa dubbiar qual sia grazia in lui maggiore: o 'l nascer uom nel mondo, o l'aver nido

in sì felice e glorioso lido. Vedrò del mar uscir lungi le cime de l'alte torri e de' superbi tetti ch'al ciel sembrano eretti

non da mortal ma da celeste cura; vedrò 'l duce regal co' padri eletti c'hanno il fren de l'imperio alto e sublime, ne la cui vita esprime

ogni essempio di gloria arte e natura; vedrò de' cari miei la gioia pura nel volto e ne' sembianti impressa e viva, dando anch'io de la mia lagrime in pegno.

E quasi stanco legno che da lunga tempesta in porto arriva, beato quanto cape in mortal velo scioglierò i voti, umìle, al re del cielo.

Deh, perché mentre il fral corporeo incarco porta destriero al mio desir sì lento, cangiar in quel noi sento che d'Elicona il fonte aprio col piede?

Che giunto a la mia pace in un momento la strada e i giorni accorcerei ch'or varco; e ben deggio esser parco d'ore che sì felici il ciel mi diede.

Ma 'l pensiero, il cui volo ogni altro eccede, verso il bramato ben dispieghi i vanni, e l'abbia sempre innanzi, e 'l miri e 'l goda: Talché con dolce froda

del camin le fatiche e 'l tempo inganni; e perché del piacer non manchi un'ora, sogni dormendo i miei diletti ancora. Ma se forse, canzon, tra via n'aspetta

morte, deh prega il ciel che la sospenda sol tanto, e fia pietà di pochi giorni, che dove ho 'l core io torni, e 'l caro oggetto una sol volta renda

di quanto amo e desio lieto a quest'occhi; e poscia a voglia sua l'arco in me scocchi.

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