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1536–1602

70

Celio Magno

Dunque rea morte ha spente, Molin, tue luci? E con sì presto volo dal nobil corpo il chiaro spirto è sciolto? Qual pianto agguaglia il duolo

ch'in me del tuo partir l'anima sente? Perché sì tosto, o ciel, per te l'hai tolto? Ahi, ch'era nulla a te, bench'a noi molto, donar più spazio a la sua degna vita,

ritardando pietoso i nostri danni. Al tu' eterno girar che son pochi anni? E se tant'altri lumi ha il tuo bel chiostro, a che rapir sì frettoloso il nostro?

Ahi, che sempre ne spogli invido, avaro di quel che più n'è caro; né il cor di piaga sì profonda e fera conforto alcun, non che rimedio, spera.

Fioria l'alma gentile, del suo fertil terren pianta felice, sì che null'altra al ciel più degna uscìo. Fur suo tronco e radice

senno e bontade; ed in su' altezza umìle frutti di vero onor sempre nodrio. Ostri, pompe e tesor, ch'uman desio più ch'altro ammira e d'acquistar procura,

stimò vento fallace e scorta infida ch'in mar d'affanni a mille rischi guida, ma sol voglie modeste in mente pura per girne a porto strada esser sicura.

Ond'ei, di libertà fervido amante E in ben oprar constante, contra fortuna di virtute armato, fra le miserie altrui visse beato.

Né men col dolce canto che condia di saper fe' manifeste le cure onde adornò l'alto intelletto: ch'or del gran re celeste

spiegò la gloria, or de la patria il vanto, pien verso lor di puro, ardente affetto; or del vizio scoprendo il sozzo aspetto lo fe' creder di morte; or di virtute

aprio più che 'l sol chiaro il vago riso; or d'amante imitando il pianto e 'l riso, quasi ad infermo ch'altra via rifiute, sotto quel dolce altrui portò salute:

quinci mostrando a quanto mal s'apprende chi 'l senso in guida prende, e che mortal beltà tanto s'apprezza quanto ella è scala a l'immortal bellezza.

Ditel voi, sacre Muse; dil Febo e tu, ch'a quel sublime ingegno ornasti il crin de le tue frondi amate: che plettro uman più degno

non fur mai vostre orecchie a sentir use. Ditel già del mar d'Adria onde beate: che spesso nel maggior fremer placate l'alta armonia del suo cantar vi rese.

Così 'l divino spirto in mortal velo visse, del mondo onor, speme del cielo; e quanto più a celar, modesto, intese l'alto valor, più 'l feo chiaro e palese;

qual chi nasconder cerchi il suo tesauro e 'l chiuda in arca d'auro, o dentro a bel cristallo ardente luce, ché questa e quel via più s'apre e riluce.

Pianserlo le più belle alme non sol, ma fur de le più crude fere per la pietate uditi i pianti. E di conforto ignude,

via più ch'altri, le nove alme sorelle per lui vestir lugubri, oscuri manti; e 'n bel sepolcro, tal non visto avanti, con larghe essequie di lamenti e doglia,

poser la sua terrena essangue scorza: dove, mentr'una di scolpir si sforza nel duro marmo e porvi a l'altrui voglia breve detto che 'l nome e i merti accoglia,

ecco il ciel risonar di chiara tromba, ecco sovra la tomba la Fama in aria, a cui ciascun rivolse gli occhi; ed ella così la lingua sciolse:

— Non fia mestier, non fia, belle figlie di Giove; il nome e i pregi render palesi in questo marmo adorno. Ché qui di spirti egregi

nobil corona in mesta compagnia starà mai sempre al caro sasso intorno; e chiamando il suo nome e notte e giorno, tra lagrime e sospir farallo aperto,

mentre ardor di virtù vivrà ne l'alme. E quando altro non fosse, a queste palme, a questi lauri e mirti ond'è coperto il loco sovra gli altri esposto ed erto,

a l'aere sparso qui di novi rai, chi devria creder mai che fosser dentro a questa nobil fossa d'altri che del Molin rinchiuse l'ossa? —

Va canzon, mesta, al bel sepolcro, e prega il ciel ch'a ristorar tua sorte cruda, là dentro ancor te chiuda: ch'ivi più viva assai che qui fra noi

presso al cenere suo serbar ti puoi.

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