A che dagli occhi, Amor, vaghi e sereni, dove come in tuo ciel ti giri e movi, folgorando in me piovi sì minaccioso eterne fiamme e strali?
Ben Giove irato al mio pensier rinovi, allor che sovra i mostri empi terreni tra sì spessi baleni fulminando atterrò lor posse frali;
benché, per tante tue piaghe mortali saette a ministrar, verrebbon manchi d'Etna i martelli, allor bastanti e forti. Non cerco insidie ond'io voglia deporti
del regno tuo, né che tua gloria manchi; ma se quest'occhi stanchi non vedi mai pur nel tuo nido intenti, n'incolpa solo, e non inganno od arte:
ch'acquetar non si sanno in altra parte. Anzi io t'adoro, Amor, nel santo lume di quel bel ciglio ond'hai cura e governo; e prego il ciel ch'eterno
duri il tuo seggio in sì gradito loco. Ma, lasso, altro nemico occulto scerno, ch'indi scacciarti, e non invan, presume; e già suo rio costume
opra in te sordamente a poco a poco: ch'or un stral ti rintuzza, or del tuo foco un carbon spegne, or un lacciuol ti solve, e l'or del vago crin ti fura il ladro;
or un spirito ardente, almo e leggiadro di quel bel viso estingue e 'n fumo solve, perch'al fin ombra e polve rimanga il corpo in cui tu regni e vivi;
e te non solo privi d'ogni tuo ben, ma 'l secol nostro indegno, che non have dal ciel più caro pegno. Deh, perché mentre a far oltraggio intende
al bel volto leggiadro, a laurea testa, ed al tuo mal s'appresta, non è 'l crudel ne le tue forze colto? Perché dentro il suo cor fiamma non desta
il bel guardo divin, ch'un ghiaccio accende? Perché, s'ogni alma prende, e lui quel vago crin non tiene involto? Talché d'ogni altra cura in tutto sciolto
fermasse il corso, e in un col ciel si stesse immoto a contemplar l'alta beltade; e chiudendo al morir tutte le strade, sol una faccia sempre il mondo avesse,
né più tornar potesse in braccio al suo Titon la bella Aurora; e tal dì fosse allora ch'anch'io mi ritrovassi intento e fiso
a l'eterno piacer del vago viso. Ma, stolto, che bram'io? Se nulla vale dal suo corso fatal punto ritrarlo? Ecco, mentr'or ti parlo,
ch'ei pur se n' vola, al tuo danno passando. E già mi par di vincitor mirarlo, rotto a te l'arco e spennacchiate l'ale, e con doglia immortale
dal tuo nido gentil tenerti in bando. Né ciò tanto devria dolerti quando potessi altrove riparar tuo stato e 'n sì begli occhi aver sì caro albergo;
ma come nulla, s'io mi volgo a tergo, donna veggio simil nel tempo andato, così non fa beato altra di tai bellezze il secol nostro;
né di sì nobil mostro, di sì raro miracol di natura si vanterà giamai l'età futura. Misero, che farai? Tosto al tuo danno
giungerà 'l tuo nemico empio ed avaro; né v'ha schermo o riparo che te dal suo furor difenda e copra. Ma qual grazia or m'inspira e 'l modo chiaro
mi mostra da temprar tuo duro affanno? E con illustre inganno farti a quel crudo rimaner di sopra? Qual destin vuol ch'io per tuo ben lo scopra?
Né perché così pronto a' miei martiri ti provi, Amor, ciò ti nascondo e taccio; là come tuo fedel, palese il faccio, perché tu quinci a tua salute aspiri.
Non ha, se dritto miri, più bel don da natura umana mente od arte più possente a cosa oprar meravigliose e nove,
di quella che le muse al canto move. Leva questa di terra alto e sublime nostro intelletto a più beata sorte, e con soavi scorte
la via gl'insegna onde se n' poggi a Dio; questa con voci ognor leggiadre e scorte, vaghi pensier tessendo in versi e 'n rime, di qual tormento opprime
più l'alma, induce dilettoso oblio; questa col canto suo frenar s'udio spesso i fiumi nel corso, e i monti e i sassi seguaci far di sua rara dolcezza;
questa di morte ancor le leggi sprezza e ne l'inferno aperta strada fassi. quinci agli spirti lassi da le cure del mondo have ristoro
Giove nel sommo coro, mentre Febo cantando in dolci note l'armonia tempra a le celesti rote. Di quei ch'a tal favor degnan le stelle
un solo scegli e tel procaccia amico; ché del tempo nemico ei sol darti potrà vittoria e palma. E lodando i begli occhi e 'l cor pudico,
e gli atti e le parole, e queste e quelle doti pregiate e belle di così gloriosa e nobil alma, farà soggetto a la tua dolce salma
per fama eterna ogni cor empio e duro, e rinovando andrà le tue faville sempre negli altrui petti a mille a mille. E saria pronto ancor con piè sicuro
scender nel regno oscuro poich'ella fosse estinta, e lieto duce qua su tornarla in luce: se non che come sua cara e diletta
per darle ampia corona il ciel l'aspetta. Ma pria che sovra alcun sentenza cada ch'a tanta impresa dar debba di piglio, apra la mente il ciglio,
ed al deliberar spazio consenta. Perché, s'al ver si mira, ogni consiglio che prenda frettoloso incerta strada raro avien che non vada
in precipizio e del su' error si penta. Quanti ne sono al tuo pensier rammenta: quei però che t'apriro i petti suoi e che 'l guardo di tua donna infiamma:
ché chi non arde a l'amorosa fiamma scema grazia cantando a' pregi tuoi. Colui s'elegga poi ch'in amar primo ha più per te sofferto;
né curar ch'altri a merto di prove e di valor gli vada innanzi, sol ch'in ciò glorioso ogni altro avanzi. Scalda ogni fredda lingua ardente voglia,
e di steril fa l'alme feconde; né mai deriva altronde soave fiume d'eloquenza rara. Quinci altri col suo dir ne' petti infonde
allegrezza, timor, speranza e doglia; e come al vento foglia, le menti a suo voler volge e prepara. Ma non si tenga in ria prigione amara
qualunque avrai per sì bel vanto eletto, né mercé lagrimando indarno chieda: ch'ingegno in cui gran duol continuo fieda, par che 'l canto e le rime aggia in dispetto;
e dal gravoso affetto che respirar nol lascia, oppresso e stanco, sul cominciar vien manco; o se descrive pur suo duro scempio,
è di tua crudeltate indegno essempio. Fa ch'anzi lieto ognor gridando ei chiami te signor grato e sé felice amante; e che d'aver si vante
guanto puote venir d'onesto dono. Volgi pietoso in lui le luci sante, con cui da morte a vita altrui richiami; rendi a lui dolci gli ami
ove i cor presi a tanto strazio sono. Da quel saggio parlar cortese suono e rinverdirla a più soave frutto: talché sempre lontan da doglia e lutto
con l'ardor senta il refrigerio insieme. E ciò fecondo seme in lui sarà del tuo sperato onore: ché dolcezza e stupore
versando in cantar lei, sua gran beltate porterà viva ancor per ogni etate. Deh t'avess'io, canzon, più ch'altra adorna: onde tua vista a pien cara e gradita
fosse ad Amor, ch'in que' begli occhi ha vita. Pur ti rassetta e ripolisci ed orna, ed a lo specchio torna finch'ogni macchia tua l'arte corregga;
indi, perch'ei ti vegga, movi sicura, ove 'l mio cor comprenda: ch'a suo poeta me destini e prenda.
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