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1536–1602

42

Celio Magno

Piangea l'acerbo fin Tirsi dolente di Dafne, amata sposa, nel celebrar l'infauste nozze estinta; né per rimedio alcun, lasso, ch'ei tente,

trovar può tregua o posa col duol, che gli ha già l'alma oppressa e vinta. Un dì dal negro velo, ond'era cinta, tratta la mesta cetra, in man la prende;

e con lei mentre intende consolarsi in disparte, fuor di sé, fuor di via l'aspra sua pena al sepolcro di Dafne incauto il mena.

Grida allor: — Ben dei sempre in questa parte, misero cor, lagnarte. Ma qual, da canto e suon, cerchi conforto, se pace aver puoi solo esangue e morto?

Già sparir le tue gioie e spente furo, lasso, in quei dolci lumi ove albergo felice un tempo avesti; or ch'in tenebre vivi, altro non curo

se non che ti consumi sì ch'ancor io nud'ossa ed ombri resti. Ove son or quei raggi almi e celesti del sol del suo bel volto? ove il tesoro

de' vaghi capei d'oro? E le perle e i rubini che formar già solean note sì care? Ove de l'alma l'alte doti rare,

e l'opre, e i pensier casti e pellegrini? De' quai pregi divini ricca se n' giva a l'altre ninfe innanti, com'io di fede a tutti gli altri amanti.

Qui dentro giace, ohimè, la bella spoglia, in polvere conversa; e la mia qui di fuor vivendo spira? Temprasi forse in me la mortal doglia

perch'in pianto si versa? E si ravviva il cor mentre sospira? O per pena maggior, morto, respira? S'a questa tomba i passi il ciel mi scorse,

ben chiaro indicio porse ch'anch'io spento e sepolto con chi fu la mia vita esser devrei. Ma poiché tarda il fin de' giorni miei,

per dargli spron, sia sempre il pensier volto a quanto il ciel m'ha tolto: ché di perduto ben continuo duolo agli strali di morte affretta il volo.

Tutta grazia e beltà, tutta onor vero Fu quell'alma gentile; e in lei tutti i suoi doni il ciel raccolse. Ahi colpo d'empia sorte iniquo e fero,

qual piaga ebbe simìle il mondo? O mai con più ragion si dolse? Lasso, a me tanto ben prometter volse, lieto in vista, Imeneo, per cangiar poscia

mia gioia in doppia angoscia: ché la sua face santa arse in essequie e in doloroso lutto. Così talor il ciel n'invidia il frutto,

quando cor si dovea, di nobil pianta folgorando, e lo schianta. Così Tantalo vede a' desir suoi l'onda e i pomi appressarsi, e fuggir poi.

Anzi mia pena in ciò maggior si scorge: ché 'l suo ben parte e riede, il mio per non tornar mai più se n' gio. Deh, perché 'l ciel, mia cetra, a te non porge

quel ch'ad Orfeo già diede? Per impetrar, non già da Pluto anch'io, ma dal gran Giove, il caro idolo mio? Ch'essa splende or là su, più che mai bella,

gradita dea novella. Ma che vaneggio, ahi lasso? A che sogna il desio falsa speranza? Sol dunque intorno a te pianger m'avanza,

o ricco de' miei danni avaro sasso. E d'ogn'altro ben casso, spregio anco il suon di questo cavo legno: ché fuor che morte, ogni refugio i' sdegno. —

Così 'l misero disse, e sovra il marmo che 'l suo tesor chiudea, spezzò la cetra; dove Amor la faretra, piangendo, e l'arco rotto avea non meno,

e le Grazie squarciato il crine e 'l seno.

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