Skip to content
1536–1602

354

Celio Magno

Mentre Lorenzo in su l'orribil grata del sacro corpo il foco avido pasce, né però l'alma, di virtute armata, vien che da l'aspro duol vincer si lasce,

anzi, in mezzo l'ardor fatta beata, qual fenice dal rogo, in Dio rinasce; stan dal cielo a mirar gli angioli intenti, la sua gloria cantando in tali accenti:

— O martirio felice, o intrepid'alma, ad essaltar sua fé da Cristo eletta! Ecco qui gloriosa eterna palma, ch'ornar tue mani e se medesma aspetta;

cedan pur quanti mai noiosa salma stimar la vita, e lei tronca e negletta per terrene cagion nei corsi tempi dier di costante cor celebri essempi.

Costume anzi inumano e stolto errore di fortezza oscurò la luce pura in quei che, per fuggir tema o dolore o produr del suo nome ombra futura,

del proprio occaso accelerando l'ore, rupper di Dio le leggi e di natura. Forte non è colui ch'ai sensi cede, ma sol chi pugna, e trionfante riede.

Parte è ben giunta a voi, ciechi mortali, ma non propria di voi la frale scorza; vostra è l'anima sol, ch'ai beni e mali, col suo proprio voler, dà spirto e forza.

Ella spezza a fortuna i duri strali ed al suo imperio ad obedir la sforza; e quanto al fondo più si calca e immerge, tanto più franca al ciel ritorna e s'erge.

Questa di sofferenza alta virtute l'altre tutte nodrisce e in vita serba; ch'ov'ella col vigor suo non le aiute, sterili fansi o restan secche in erba.

Ma quando il re del ciel per la salute de l'uom, s'offerse a dura morte acerba, dal legno, ove il divin sangue si sparse, di stella, ch'era prima, un sole apparse.

Rinacque ella in quel tronco onde nascesti vero germe ancor tu, spirito eletto, sì pronto ora al martir che dubbio desti se l'incendio t'è pena o pur diletto.

E par che 'l foco anch'ei stupido resti mentre lo sprezzi in sì giocondo aspetto; ma che? La fede a la natura è sopra, e di chi tutto pò la grazia adopra. —

ciò detto spiegan l'ali e fuor del cielo Escono ad incontrar l'alma gradita, che dal combusto suo corporeo velo già propinqua a le stelle era salita.

L'accoglion lieti e con benigno zelo la scorgon dove, al suo Fattore unita e in Lui sbramate al fin sue sante voglie, per breve strazio eterno premio coglie.

Ceneri sacre, in cui sfavilla ancora esca d'amor ch'i freddi petti accende, siatemi specchio a sofferir, qualora colpo d'averso caso il cor m'offende;

ed a membrar ch'anch'io son polve, e l'ora del mio cader da stame fragil pende. Tal che i miei gravi error ne vadan tutti di penitenzia al foco arsi e distrutti.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
354 · Celio Magno · Poetry Cove