A che dolervi e lagrimar cotanto, donna, e dagli occhi miei col vostro duolo trar così largo ed angoscioso pianto? L'aura che move un sospir vostro solo
tal fiamma di pietate al cor m'accende ch'io per bocca n'esalo un largo stuolo; or qual pena m'apporta e qual mi rende lo strido udir che di lamenti cinto
a far pietose ancor le stelle ascende? Io 'l provo allor ch'entro 'l mio petto, vinto dal gravoso martir, lo spirto manca a poco a poco, e in tutto sembra estinto.
E quante volte in me pur si rinfranca, tante a vagar se n' torna in riva a Lete, spinto dal duol ch'in voi giamai non stanca; così mentre mal cauta altrui piangete
per soverchia pietà d'una sol morte, con mille morti me, lasso, ancidete. Non è 'l vostro destin malvagio e forte sì ch'in tutto per voi debbiano aprirsi
per mai non riserrarle al duol le porte; quante più care al ciel di voi sentirsi ch'in largo fondo di miseria poste più sventurate assai di voi pon dirsi.
Ma benché prima al duol maligno esposte provasser dura insopportabil guerra, al fin da sé scacciaro il crudel oste; che quando questi in petto uman si serra,
quasi in già vinta e mal difesa rocca, tutto dentro perturba, arde ed atterra. Quinci fiamme e lamenti escon per bocca, quinci a gran copia il vital nostro umore,
per gli occhi lagrimosi in sen trabocca; e lo spirto del petto uscendo fuore, poich'invan chiede a la ragion soccorso, va peregrino in periglioso errore.
Quinci al fin de' miei giorni anch'io trascorso tosto sarò, se più fedel consiglio al vostro flebil rio non frena il corso; né mi duol perch'io chiuda in morte il ciglio
se non che mentre a ciò per voi son scorto, e voi meco correte egual periglio. Lasso ch'è troppo in voi pallido e smorto quel vago viso, e da soavi lumi
tenuto in bando amor troppo a gran torto; onde al cangiar dei lor dolci costumi anch'ei si lagna, e dice: — A che piangendo te senza frutto e me, cruda, consumi?
Deh non squarciar il crin, di cui sol tendo mie reti, e non turbar la vaga fronte onde pena agli amanti e premio rendo; pon freno al mesto e lagrimoso fronte,
e 'n te tornando a vendicar ti desta del nemico dolor l'ingiurie e l'onte. Che da sé pur troppa veloce è questa vita mortal senza che sproni aggiunga
e l'affretti al suo fin cura molesta. Dunque pietate omai, donna, ti punga, del regno mio che sol per te si prezza ed a' begli occhi tuoi mi ricongiunga. —
Così cerca levar tanta tristezza quel pietoso fanciul del vostro petto, perché s'empia di gioia e di dolcezza. Or da qual vano ed ostinato affetto
nemico al vostro ben vi fie contesa ragion, sì che non abbia in voi ricetto? Come quella potrà chiamarsi offesa che da legami e da prigione amara
ne la primiera libertà v'ha resa? O bella libertà soave e cara, quanto è tuo pregio, e quant'uom più ti stima s'a sferza pria di servitù t'impara?
Tu spregi ogni alta ed elevata cima onde chi più per ritrovarti poggia tra le pompe e gli onor, più falso stima. Teco festa, letizia e canto alloggia
e sol ch'in tua balia te stessa miri offender non ti può vento né pioggia. Né la tua fronte ogni pensier ritiri: in te 'l vero non teme oltraggio e scorno,
né di tuo stato mai col ciel t'adiri. Ben anzi amaro ed infelice giorno, donna, fu quel che primo al collo indegno tal giogo marital vi pose intorno;
da indi in qua vi diede il ciel mai segno di pace? O 'l ciglio mai lieto v'aperse che dentro non serbasse occulto sdegno? Quanto di gioia e di piacer v'offerse
fu sempre annunzio di futuro oltraggio, perch'in pianto e dolor tosto il converse. Chiudea, scorso per mar lungo viaggio, al fin in porto le già stanche vele
il vostro sposo, a navigar mal saggio; e da la moglie sua troppo fedele in sen raccolto, o lui beato, udia del suo lungo tardar dolci querele.
E 'nsieme il proprio suo volto sentia bagnar del pianto che per gaudio interno fuor de' begli occhi di sua donna uscia. Ma che? Forse il piacer durava eterno?
O quale al coniugal letto conviensi per la legge adempir del re superno? A pena avean gli occhi bramosi e 'ntensi il guardo fermo entro l'amato volto
gustando il ben di ch'eran tutti accensi, ch'ei sotto 'l verno a vostre braccia tolto e nel letto voi sola abbandonando, se n' gia col crudo legno altrove volto.
E per un dì ch'in braccio a voi tornando prendea riposo in peregrini lidi, ne spendea mille a voi lontano stando. Quante volte timor di venti infidi
e giusto duol del suo ritorno lento v'asperse i due d'amor leggiadri nidi; benché né minacciar d'averso vento né fremer di spumosa alta procella
né 'l ciel mirar a sua ruina intento il tenean lunge a la sua fida e bella moglie, come rendea per tutto chiaro, e a voi forse ancor, certa novella.
Ma preso a' laccio più gradito e caro di nova donna e 'n sue delizie immerso, gli sembrava il partir duro ed amaro. Quest'era il cielo aver mai sempre averso
quinci tenta tra scogli e l'onde irate col legno rimaner vinto e disperso; ahi de' consorti rei perfide ingrate menti, u' son l'impromesse? U' è la fede,
il ciel, le stelle in testimon chiamate? Barbara donna e vil, già fatta erede de' vostri amori, a sé coglieva il frutto de la dovuta a voi larga mercede.
Ed ei continuo in grembo a lei ridutto il paradiso suo lieto godea, voi qui lasciando sconsolata in lutto. E mentre il vostro cor per lui spargea
pietosi voti, ei ne l'amate braccia stando, il vostro aspettar forse ridea. Deh perch'avien che 'l fin tanto vi spiaccia d'un sì perverso ed infedel marito?
E perché non piuttosto il duol vi scaccia? Se 'l corso innanzi al suo fosse finito di vostra vita, e in un quant'è di vago e di dolce qua giù con voi rapito,
che gran querele? E che profondo lago sparso di pianto? E quanti lustri avrebbe serbata dentro al cor la vostra imago? Ben aperto è 'l veder quanto sarebbe
stato il suo duol, che pria ch'a morte giunto fosse, mostrò quanto di voi gli increbbe. Ma se per nome sol v'era congiunto, che più v'importa, o più s'accresce al danno
perch'in tal modo or sia da voi disgiunto? Strane genti oltra 'l mar più nol vedranno da voi sempre lontan; né fia possente servando a voi amor ordirvi inganno.
Benché quando il doler l'alme già spente rendesse in luce, e mio consiglio fora mostrarvi a lui di ciò larga e clemente; ma invan si chiama, e più non torna fuora
spirto che giunto sia di là dal fiume di Lete, ove 'l nochier sordo dimora. Più dunque il rio dolor non vi consume, ma desto da più saggia accorta voglia
l'intelletto riprenda il proprio lume. Né men vi deve a ciò piegar la doglia che tal m'afflige al suon de' vostri lai, ch'a trarmen spesso la man propria invoglia.
Lasso, dal dì ch'in voi quest'occhi alzai pur di lagrime sempre umidi e pregni ed io ricetto d'infiniti guai. Né per pietà giamai de' strazi indegni
ch'io sostenni d'amor, placati scorsi o lenti in parte i vostri eterni sdegni. E benché in voi seguendo al fin m'accorsi ch'a la morte correa sempre vicino,
il piè dal vostro amor giamai non torsi. Or che pur terminar l'aspro camino al fin sperava, in novo mar di pianto per voi mi spinge il mio fero destino.
Dove smarrito il dolce lume e santo de le mie stelle, e di governo casso, anch'io me n' vo, sol con la morte a canto. E la mia stanca nave in preda lasso
a vento eterno di sospir dolenti, che fuor manda il mio cor misero e lasso. Tal che se non scoprite i raggi ardenti rasserenando il ciel turbato e scuro
della fronte e degli occhi almi e lucenti, avrò naufragio e fin più strano e duro che l'ingrato per cui lagrime tante spargete, e sparte, mentre visse, furo.
E seguendo consiglio empio ed errante vedrete, lassa, voi medesma priva tosto e di sposo e di verace amante. Or poiché da voi sol pende e deriva
questa mia vita, ed al soccorso è loco, oprate sì ch'io giunga salvo a riva. Ch'omai da varcar più m'avanza poco e s'indugiate al fin verrà che sorda
prenderà morte il pentir vostro in gioco. Ma non basta scacciar la pena ingorda che 'l verde e 'l bel di vostre membra pasce se di mie pene ancor non vi ricorda.
Perché 'l mio mal da cagion doppia nasce, mortal ciascuna; onde tor via che vale quella, quando quest'altra in piè si lasce? Resterà la ferita aspra e mortale
che già m'impresse al cor dagli occhi vostri il crudo arcier c'ha la faretra e l'ale. Ond'io son detto essempio a' giorni nostri d'unico strazio, e voi fera simìle
a qual sete maggior di sangue mostri. Ahi ch'orgoglio non regna in cor gentile, né creder vo' ch'istinto proprio in voi nutrisse mai pensier sì lasso e vile.
La colpa n'abbia il servar fede a lui che sposo v'era, ancor ch'ei poco casto fesse de l'amor suo parte ad altrui. Questo certo a' miei prieghi alto contrasto
fe' sempre, e voi tenendo in pensier vano ha quasi il fior di vostr'etate guasto. Or che preda è rimaso al flutto insano chi sol vi fea crudel, chiede il mio merto
ch'a me vostra pietà larghi la mano. E 'l ciel per me n'ha mostro indizio aperto, poiché viver un buon seme e radice del commun nostro mal non ha sofferto.
Deh, per mercé, se bramar tanto lice a fido amante, il mio giusto disio fate d'un vostro sol guardo felice. Deponete il rigor selvaggio e rio
ch'a la vostra beltà gran pregio toglie, e gradite la fede e 'l servir mio! E poich'in voi tanto di ben s'accoglie, non lasciate ch'inculto e steril passi
e che 'l tempo sol n'abbia ingorde spoglie. Pur troppo involta in pensier vani e cassi quasi stolta Penelope viveste, dal più saggio camin torcendo i passi.
Or che vi s'apre al fin grazia celeste, non la sdegnate, e 'n voi ragion prevaglia: sì che, spento il dolor, le cure meste, d'amor, di me, di voi, donna, vi caglia.
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