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1536–1602

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Celio Magno

Chi di lagrime un fiume agli occhi presta e mille lingue, onde si lagni, al core? Chi segue il mio dolore a celebrar la nobil donna estinta?

Versi, meco piangendo, eterno umore il ciel, con faccia nubilosa e mesta; sia di lugubre vesta l'aria, l'acqua e la terra intorno cinta;

pianga ogni alma gentil, dal dolor vinta; in pietà si distilli ogni aspro petto; piangan le fere ancor, piangano i sassi; ed ogni stil trapassi

il mondo, in segno dar di tristo affetto: ché, se di tanto ben morte lo spoglia, dritt'è che senza fin pianga e si doglia. Era quella il suo lume, e 'n questa etate

d'antico onor nova Fenice apparse; ch'in altra mai non arse di più saggi desir più nobil mente. Seguian suo volo, in larga schiera sparte,

innanzi iva onestate, e cortesia, per farle scorta intente; nel mezzo ella poggiando alteramente con umiltà compagna ir si vedea,

pien di gioia e splendor l'aere d'intorno. Indi nel rogo adorno del cor, dove pensier santi l'accogliea, ai rai del sommo sole ardendo il velo,

si rinovava ognor più bella al cielo. Con l'alma, in lei, de la corporea scorza la grazia tanto e la beltà rilusse, che qual più chiara fusse,

mentre verdi fur gli anni, in dubbio pose. Amor suo seggio in lei dal ciel ridusse con l'arco sol, ch'i cor leggiadri sforza; e la più nobil forza

del foco suo nel bel volto ripose: ove fiorian ancor sì fresche rose nel verno di su' età, ch'in privilegio lor, del tempo parea ferma la rota.

Ma, qual in parte ignota ben ricca gemma altrui cela il suo pregio, o fior ch'alta virtute ha in sé riposta, visse nel sen di castità nascosta.

In sua virtute e 'n Dio contenta visse, lunge dal visco mondan che l'alme intrica; e se provò nemica fortuna, in vincer lei sue palme accrebbe.

Ma bastò ben che le concesse, amica, parto gentil, per cui ricca se n' gisse e gioia ognor sentisse, quanta forse per figlio altra non ebbe.

Ch'eterno vanto a lui non men si debbe, di senno e di valor raro e sovrano, specchio d'ogni real, santo costume. Da cui splende tal lume

di mente pia, ch'abbaglia ogni occhio umano, poich'a lei, che 'l creò, l'aspra infelice morte ancor fe' sembrar dolce e felice. Premea, d'inferno uscita, orrida peste

del bel sen d'Adria la cittade altera, spargendo, in vista fera, a lei dentro e d'intorno, e tosco e morte. Cadean l'afflitte genti in folta schiera,

fremendo il ciel di pianti e voci meste; e le bare funeste porgean spavento ad ogni cor più forte. Oh quanti, chiuse a la pietà le porte,

fuggian la patria e ciò ch'avean più caro, giunti fra via dal loro empio destino! Quanti vide il mattino salvi, ch'a sera poi l'alma spiraro!

Tutto era strage, e di pallor dipinti, pareano i vivi, a par de' morti, estinti. Mentre in sì strana guisa il crudel angue fa la rabbia sentir del suo veleno,

ecco che 'l casto seno di lei ch'or piango, ahi duro fato, impiaga. L'abbandona ciascun, di tema pieno; sol resta il fido parto ov'egra, esangue,

la genitrice langue; e di seco morir l'anima ha vaga. Sol ei, pronto a curar l'orribil piaga, porge l'invitta man, pietoso e grato,

al dolce petto, onde già 'l latte prese. Fa quella alte contese, pregando s'allontani il pegno amato; l'un di suo ben oprar morte procaccia,

l'altra cui più desia da sé discaccia. — Deh non voler che ti dian morte, o figlio, queste poppe — dicea, — che ti nodriro. Non far doppio il martiro;

che vita avendo tu, nulla m'annoia. Io più nel tuo che nel mio petto spiro, e te veggendo almen fuor di periglio, chiuderò lieta il ciglio;

salva in te la mia speme e la mia gioia. Là son già corsa ove 'l gir oltra è noia, e felice per te, mentre al ciel piacque, vissi; e per tua pietà, felice or moro.

Sol la mia sorte i' ploro che d'altro morbo il mio mortal non giacque: ch'in queste braccia, ov'or per te ne temo, ti darei de' miei baci il pegno estremo. —

Vita ricusa il nobil germe, e molle il materno rigor col pianto rende. A prieghi, a forza scende, sì ch'al fin amor vinto ad amor cede.

Ahi, che tutto a suo scampo invan si spende, e contra morte ogni riparo è folle! Ma già non ti si tolle, del magnanimo cor ch'in te si vede,

raro spirto, d'onor larga mercede. Fama inalza il Troian perch'ei, dal foco fuggendo, se n' portò l'antico padre; tu per salvar la madre

tra le fiamme il perir prendesti in gioco. Ma fece forza al ciel tanta virtute, morte cangiando in tua gloria e salute. E tu che te n' volasti, alma gradita,

da le tenebre nostre al sommo sole, ch'or visibil si cole da te, non più tra nebbie in fragil manto; pregalo umil ch'a la tua dolce prole

tempri l'aspro dolor di tua partita, e così degna vita difenda ognor sotto 'l suo scudo santo. Acciò il valor di lui, ch'in pregio tanto

già s'innalza e fiorisce, a la diletta patria per lunga età risponda il frutto; e poscia, in ciel ridutto, n'abbia il premio divin ch'ivi l'aspetta:

onde ambo, al fin del desir vostro giunti, pace eterna godiate in un congiunti. Canzon, su verde riva un sacro tempio in onor del materno amato nome

erge il pio figlio a chi trovar fu degna la gloriosa insegna che di morte per noi le forze ha dome; colà te n' vola, e ne' bei marmi impressa,

alme sì degne ornando, orna te stessa.

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