Giacea presso al suo fin, languida e vinta, la bella Irene, e sconsolato Amore morir ne' vaghi lumi anch'ei parea. d'intorno a lei le Muse egual dolore
scoprian con faccia di pallor dipinta, per cui rigando il pianto in sen cadea. E di lor una: — Ahi vergine — dicea, — degna sol per virtute ardente e chiara,
il numero adeguar di nostra schiera; qual cruda stella e fera il commun danno nel tuo mal prepara? Qual destin vuol che 'n così verde etade,
in sì bel corso di tua gloria manchi? Or quando fia che 'l mondo si rinfranchi del mal che sovra lui sì acerbo cade? Ahi non sia più ch'aggrade
viver qua giù: poiché morte aspra e dura ogni ornamento, ogni piacer ne fura. — Ciò detto, ecco che 'l gir più innanzi a l'opra del suo filo vital prescrive il Fato:
onde la Parca già secarlo intende. ma, come agricoltor che 'n verde prato l'adunca e sottil falce in giro adopra, e de' suoi ricchi onor vedovo il rende,
s'allor che per ferir il braccio stende fior vede adorno di bellezze nove, a cui fin su dal ciel Venere aspira, s'arresta, e mentre il mira,
non usata pietà nel punge e move; tal essa, per tagliar la mano alzando quel degno stame e 'l fior d'ogni virtute, ritarda il colpo; e le non più vedute
grazie in altra giamai fiso mirando, ed al suo fin pensando, nel cor sì duro, inespugnabil pria, sentì pietade entrar per larga via.
Sentilla ancor; previsto il duro caso con le sorelle, il dì che 'l parto eletto prima i begli occhi in questa luce aperse; e de l'orto felice infra 'l diletto
provaro il duol del suo futuro occaso; or di dolce, or d'amaro i cori asperse. indi lo spazio a misurar converse ch'al suo viver segnava il cielo avaro;
s'assiser presso a la gradita cuna. La conocchia avea l'una di stame avolta prezioso e raro; l'altra con la sinistra indi traeva
a parte a parte il ricco vello in giuso, e con la destra infra le dita il fuso rotando in presto giro il fil torceva; la terza in man teneva
per troncarlo al suo segno il ferro crudo, e far d'ogni bel pregio il mondo nudo. Queste di sacro spirto accese in vista nascendo Irene incominciar tal canto
descritto negli eterni alti decreti: — Oh quanta grazia or dal ciel piove! Oh quanto oggi per cotal parto il mondo acquista de' suoi doni più cari e più secreti!
Fronte serena, occhi soavi e lieti, bocca e guance di rose e chioma d'oro, e d'ogni parte in lei beltà divina farà dolce rapina
Di ben mille e mill'alme a gloria loro; né per altra giamai di più bel laccio con onestate amor fia giunto insieme, o ricorrendo a sue forze supreme
renderà stanco in più ferite il braccio. né fia che 'n foco e 'n ghiaccio altri più dolcemente si consumi dinanzi a due più vaghi e chiari lumi.
Per sì leggiadro in lei corporeo velo trasparerà l'interna alma bellezza, qual per puro cristallo ardente luce. Di senno, di valor, di gentilezza
fia chiaro specchio: e nel camin del cielo caste voglie e sant'opre avrà per duce. Che più? Quando le fronde altri produce, questa, come ben culto arbor fecondo,
maturar si vedrà suoi dolci frutti. Per costei ricondutti fian d'Aracne e d'Apelle i pregi al mondo; questa giungendo al dolce canto il suono,
potrà far molle un cor di dura pietra: ond'una in mille a prova eletta cetra Febo a lei serba in prezioso dono, e già sacrati sono
lauri e palme in Parnaso al suo bel nome, ch' aspettano d'ornarle ancor le chiome. Cresci dunque a fermar ne' nostri petti cotanta speme, o fortunata prole,
scopri i novelli rai del volto adorno; cresci, parto gentil, qual novo sole, e porta al mondo i suoi veri diletti: apri a tante sue notti un chiaro giorno.
Già festosa t'annunzia d'ogn'intorno del tuo bel dì la desiata aurora, tal che ne rende il ciel puro e sereno e d'allegrezza pieno:
e già del tuo splendor l'arde e innamora. Ecco che sparge il tuo lieto oriente d'incenso e croco e mirra un largo nembo, e ti dispiega il suo purpureo grembo
ogni rosa, ogni fior vago e ridente; e salutar si sente il nascer tuo di sopra gli arboscelli da ben mille canori e lieti augelli.
Ma perch', ohimè, del ciel contraria voglia sul più bel folgorar de' raggi tuoi a duro occaso ti destina e sforza? Perché del viver tuo l'arbitrio in noi
almen non lascia? Acciò che mai nol toglia dal suo corso felice etate o forza? — Così del Fato aprir la chiusa scorza le sacre dive, e 'l fero altrui palese;
a che poi chiara prova il tempo aggiunse, finché lo stame giunse ove l'amica dea la man sospese. Essa, che 'l tronchin, le sorelle prega,
ma lor trova di sé non men pietose. tre volte il duro officio il ciel le impose, tre volte ella prestarlo indugia e nega; al fin, perché la piega
l'immutabil destin, l'opra recise, e l'alma dal bel corpo in un divise. Ahi nemico destin, destin rapace, destin crudele e rio, poiché sì tosto
di tanto ben ne spogli e di duol gravi! Dunque a sì degna vita hai pur fin posto? Dunque il sol di virtute estinto giace, per cui tu mondo, or cieco, alter andavi?
E voi, già d'amor nido, occhi soavi, esca gentil di mille fiamme sparte, morte, ohimè, pur v'ha chiusi in sonno eterno. Anzi, se 'l ver discerno,
desti or v'aprite in più beata parte: ivi pur giunti, al fin di vostra spene, de' rai del sommo sol lieti godete, e 'n atto d'umiltate a lui rendete
grazie, ché v'alzò tosto a tanto bene. Nova dea fatta è Irene, nova Pallade il ciel l'addita e chiama, e de l'altra non men la pregia ed ama.
Se desio di veder, canzon, ti punge, qual doglia e pianto a tutto 'l mondo apporte sì dura, acerba, intempestiva morte, segui ovunque di lei la fama aggiunge;
ché non fia gente così alpestra e lunge dal nostro mar che non ne pianga al grido, né fera in alcun lido sì cruda a cui pietà nel cor non passi:
e vedrai forse ancor piangerne i sassi.
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