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1536–1602

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Celio Magno

Oh che leggiadro, o che felice e vero paradiso terrestre, e de le Muse via più ch'ogni altra propria, amica stanza! Oh come, ovunque va l'occhio e 'l pensiero

d'ogni grazia che 'l ciel benigno infuse nel suo signor, si scorge egual sembianza! Questo real giardin, sì come avanza di pregio qual nel mondo oggi è più adorno,

di lungo giro ancor tutt'altri eccede: ché mal può franco piede, desto col sol, fornir sua strada e 'l giorno. E perché sete in lui giamai non regni,

ministra il ricco Tago e 'l bel Gerama onde perpetue al fortunato albergo. Così 'l suo possessor si lascia a tergo qualunque altro la croce adora ed ama

di larghi intorno e spaziosi regni, d'ogni favor del ciel fecondi e pregni; e con la mente in Dio sempre conversa, un fiume d'or raccoglie ed altro versa.

Ornan ricco palagio in ogni parte liete stanze, alte torri e fresche logge, u' fugge un rio con strepitosi passi. Qui fonti e statue con mirabil arte

stillan di terra al ciel sorgenti piogge, e par che sian rissolti in acqua i sassi. Qui lieta accoglie, ed altrui guida fassi, con Vertunno ad ognor Pomona e Flora

per le delizie del beato loco; dove allegrezza e gioco tra le Grazie ed Amor sempre dimora. Mill'ombre, mille vie d'alto diletto,

mille giardini entr'un giardin ridutti, d'arbori cinti e di frondose mura, mostran quanti ha tesori arte e natura e quanti il mondo fior, foglie, erbe e frutti.

Tal il re, d'ogni gloria albergo eletto e vivo fonte di saper perfetto, quant'egli impera, con mirabil norma, fa colto e vago, e di se stesso informa.

Miro construtti poi di fronde e fiori, o d'alte piante in bel cerchio disposte, quinci e quindi teatri adorni e lieti, da cui varie ampie strade escono fuori,

per lunghissimo corso agli occhi esposte d'elci, d'olmi, di pin, d'orni e d'abeti. Né so ben di qual pria la brama acqueti, ch'ognuna a sé m'adesca, a sé m'invita

con sua fresc'ombra incontr'al sol ardente. Tal si mostra egualmente in tutte sue virtù l'alma gradita; che ciascuna di lor per ogni lato

da pia religion, ch'a Dio sì aggrada, quasi da centro suo nasce e dipende; e vaga ognuna i cori alletta e prende a varcar di sue lodi immensa strada,

che fa con sua dolc'ombra altrui beato. Quinci, dovunque Febo il carro aurato guida, il gran re se n' va famoso e chiaro; e vive, in terra e 'n ciel, pregiato e caro.

Per chiusi boschi e per aperti campi vaghe fere d'intorno in largo stuolo dietro a fertili paschi errando vanno; né vien ch'alcuna mai paventi o scampi

per vista umana, o senta ingiuria e duolo: ch'in pace eterna aventurose stanno. Né men felici altrui diletto danno soavi filomene e vaghi augelli

che spiegan gli occhi d'Argo in ampio giro; e quanti uman desiro può mirar o sentir canori e belli. Han dolce vita ancor per stagni e laghi

candidi cigni e pesci, in folte schiere correndo al cibo ch'altrui man lor porge. In tale stato i suoi popoli scorge quel saggio spirto: e sante leggi intere

vietan ch'ingiusta man gli turbi o impiaghi. Onde d'oneste brame in tutto paghi, regnando pace e libertà fra loro, godon beati un novo secol d'oro.

Così voi con distorte erranti vie a cui di ben oprar non giova o cale. Giusto supplicio; e indarno arte o pietate spera per indi uscir d'Icaro l'ale.

Fate accorto ancor me, che nulla vale mio ingegno e stil per giunger l'alte lodi, dentr'a cui senza fin m'aggiro e intrico se non m'aita, amico,

Febo, e discioglie a la mia lingua i nodi. Che, come un sol di tanti e sì bei fregi ch'in mille guise qui veste il terreno, il guardo altrui non già la voglia stanca,

così cresce il desire e 'l poter manca, vinto da un raggio sol del sol sereno che splende a me per tanti lumi e pregi. L'un de' giardini onor, l'alto de' regi,

questi e quei d'ogni ben ricco e fecondo, ambo qua giù lucenti occhi del mondo. E qual già di pittor celebre mano da varî corpi in queste parti e 'n quelle

per farne un solo ogni beltà raccolse, tal non lasciò contrada o monte o piano che cose avesse in sé più rare e belle; e fino agl'Indi estremi il piè rivolse

natura ed arte, allor che formar volse il bel soggiorno, in cui qual di più stima al mondo era vaghezza, unita apparse; e questa e quella alzarse

vide del poter proprio oltra la cima. L'una e l'altra con studio ancor simìle, perché al loco il signor conforme fusse, in ornar lui tutte sue forze espose:

che da quante fur mai chiare e famose alme reali, in lui sol si ridusse tutto il buon, tutto il bel, tutto il gentile. Queste due meraviglie, oltr'ogni stile

rare per sé, che fian s'altri le mesce? E la gloria de l'una a l'altra accresce? Ma tu, saggio signor, perché sì rado loco sì bel di tua vista rallegri?

E più spesso tua luce altrove mostri? In qual altro ti deve esser più a grado cercar ristoro a' pensier lassi ed egri ch'in questo, alto stupor de' giorni nostri?

Benché né questo né tutt'altri chiostri nati a diporto, in tuo piacer frequenti; ch'anzi allor vivi in più fatiche involto, e, l'ozio in cure volto,

null'ora pigra o vacua andar consenti. Che tu sai ben quanto altrui prema il peso di legno ch'a sua guardia si commetta perché salvo da l'onde il guidi in porto.

Così dal ciel con larga man sia porto al tuo desir quel che bramoso aspetta, e 'l bel giardin, col suo favor, difeso; talch'ei più vago e lieto ognor sia reso,

e tu, di ricche palme e d'anni carco, abbi dal mondo a Dio felice il varco. Canzon, col fral mi parto e 'l cor qui lasso; e te scuso non men, che m'abbandoni

restando in questo nido almo e felice. Tu, se poco di lui per te si dice, prega che 'l fallo al buon voler perdoni, che fu di brama pien, di forze casso.

Pregane anco il gran re: che 'l tuo stil basso dagli alti pregi suoi troppo declina; ed a' suoi piedi, umìl, per me t'inchina.

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