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1536–1602

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Celio Magno

Ove, o Roma, son or l'altere imprese, fonti de la tua gloria? Ove il fecondo seme, da cui fiorian quei degni eroi? ov'è l'invitto tuo valor che stese

l'imperio e 'l grido, sì ch'un solo mondo spazio angusto sembrava a' merti tuoi? Quando Pallade e Febo ancor de' suoi fregi il tuo nome ornò famoso e chiaro,

ambo in farti felice emuli a Marte? Tutte ha già rotte e sparte le tue pompe e corone il tempo avaro. Onde, se qual tu fosti io guardo, m'empi

di meraviglia e di pietade il petto; e le reliquie tue divoto inchino. Tu dunque, mentre il tuo pregio divino m'infiamma il cor, gradisci il pronto affetto;

né sdegnar che mia musa a' nostri tempi rinovi alcun de' tuoi più cari essempi: perch'altri preso a così nobil esca per l'orme loro il proprio vanto accresca.

Scorgo sopra il destrier col ferro ignudo il magnanimo Cocle in mezzo il ponte corso a impedir de l'arme ostili il varco; che di sé fatto a la sua patria scudo

sostenne a pugna con ardita fronte di tutta Etruria ei sol l'impeto e 'l carco. Poi, tronco il passo e d'ogni tema scarco, saltò ne l'onde, e sparse al grave peso

d'acqua e vergogna a' suoi nemici il volto; e fu dal Tebro accolto quasi Marte dal cielo a lui disceso, ch'espresse il suo stupor con tali accenti:

— Da che quest'urna io verso, atto più degno del tuo giamai non vidi in altro figlio. E mostri ben che sicurtà il periglio tiensi e s'ha per l'onor la vita a sdegno

ove i cor sono al ben commune ardenti. Fa dubbi il tuo valor gli occhi e le menti se quel che scopre a noi sì chiaro lume sia d'uom terreno o di celeste nume. —

Splende poscia al pensier quel petto forte ch'ignoto entrò fra mille armate schiere; ei sol, per torre al tosco re la vita. Vano fe' 'l bel desio contraria sorte,

non già 'l valor; ch'in aspre fiamme e fere arse la man, del non suo error punita. E con voce dicea, libera, ardita: — Scorgasi in questa destra il cor romano,

e 'l vivo ardor di gloria in questo foco; ch'ivi aver non pò loco tema. — E Roma additò con l'altra mano. — Ivi ognun scherza de la morte al passo,

com'io, benché di lor men degno assai; e sorgon più quanto più 'l ciel gli preme. Conosci dunque, o re, che con la speme del vincer noi tu merchi i propri guai. —

Sembrar tutti a quel dir d'immobil sasso, e 'l dio guerrier, dal ciel mirando a basso, con la vampa e la pena in lei sofferta gradì la mano in sacrificio offerta.

Quell'altro, anch'ei da spron d'amor sospinto del patrio nido, col destrier feroce si lancia entro a l'oscura, ampia caverna, lieto ch'a l'alto precipizio accinto

si mostri più d'ogni un pronto e veloce, perch'indi sorga poi sua fama eterna. Visto Pluton ne la sua sede inferna scender l'eroe, de l'antic'onta esperto

teme un novo Teseo, ch'ivi a far preda di Proserpina rieda, fer trarla un'altra volta a l'aere aperto. Ma s'assicura poi, ch'altra, d'onore,

brama l'ha scorto per l'orrendo speco. Da te, Curzio, da te s'impari il vanto di sprezzar morte, e 'l falso, oscuro manto squarciar che 'l ver contende al senso cieco;

che di tua sacra bocca odo uscir fuore: — Chi per la patria more, unqua non more. — Però più ch'altro grido, il tuo rimbomba, né fu mai de la tua più nobil tomba.

Ma quanto è poi del chiaro spirto il pregio ch'a sua povera mensa i doni e l'oro de' Sanniti rifiuta e in sé ne ride? Stimò ch'ogni ricchezza e splendor regio

cedesse di virtute al bel tesoro, che spesso manca ove fortuna arride. Raro avarizia con onor si vide: ch'ella ogni bel desio da sé discaccia,

provando in mezzo l'acque eterna sete. Sovrana laude miete chi la patria arricchir, non sé, procaccia; onde il buon Curio allor così rispose:

— Dite al re vostro ch'a me il ferro splende via più che l'oro; e ch'io, nel vincer uso, per non rimaner vinto, il don ricuso: che s'altri esca non cura, amo nol prende. —

Oh come in breve detto agli occhi espose di povertà l'alte ricchezze ascose! Ama natura il poco; e in lui sol giace vera de l'alma libertate e pace.

Ecco offrirsi non meno a la mia vista, del bel poggio d'onor salito in cima, quel ch'a terra spianò l'alta Cartago; che tra le sue più ricche prede vista

nobil vergine e bella oltr'ogni stima, ei sul fior de' verd'anni e di lei vago ma del mirarla sol contento e pago, al suo sposo insperata in don la porse,

giunto al dono il tesor di queste note: — Forza d'amor non puote contra fermezza di virtute opporse. gloria è 'l vincer altrui, ma più se stesso,

e biasmo in noi del senso vil l'impero ch'asconde aspro veleno in dolce frutto. — Ceda pur Giove a Scipio il pregio tutto de le su' imprese; che dal nudo arciero

ei fu ben mille volte al giogo messo; questi, l'alto poter d'Amor depresso, in vendetta d'ogn'un tratto in catena dinanzi al carro trionfando il mena.

In sì fertil terren, quasi rampolli di vario frutto in un medesmo stelo, sorser altre felici e nobil alme. Per le cui lingue e penne i sette colli

con vanto non minor s'alzaro al cielo, ricchi d'altre corone e d'altre palme. Quinci la patria sua di gravi salme sgombra il gran Tullio, e fa ch'ella non cada;

e co' più forti duci orando giostra: ché la toga esser mostra in bel campo d'onor pari a la spada. Arma l'una il parlar, l'altra la forza,

di ferir e schermir ciascuna scaltra; quella assalta a silenzio, a tromba questa, sotto insegne di morte o vita onesta; gli animi l'una vince, i corpi l'altra;

e 'l mondo il ferro, e 'l ciel la lingua sforza. Così 'l suo lume addoppia e gli altri ammorza l'alma figlia di Marte; e sovra Atene, giudice ancor Minerva, il pregio ottiene.

O de' suoi figli a pien felice madre, se del regnar le troppo ingorde voglie tener sapea con man più parca a freno! Che poi che 'l mondo a le sue invitte squadre

cesse l'imperio, e fu d'antiche spoglie senza nov'oste il Campidoglio pieno, languì virtute a lasciv'ozio in seno, tra pompe e fasti di superbia folle

ch'ogn'alto stato al fin crollando atterra: più fero il ciel fa guerra a torre che più in aere il capo estolle. Un altro mal sua libertà disperse:

che Megera infernal ne l'alme erranti empio furor di civil odio impresse; onde ognun, di pietà le leggi oppresse, stimò sua gioia de la patria i pianti;

e col ferro crudel, ch'in lei converse, di sangue un fiume nel bel petto aperse. così ruina a lei dal salir nacque, e di sua propria mano estinta giacque.

Tu, tu, Vinezia mia più saggia t'armi di schermo tal che vivi ognor secura da queste due mortali orride pesti. Fu dritta mira ognor di tue fort'armi

pace, e non guerra; e sol regna in te cura d'egual concordia infra desir modesti. Quinci tu sola oltra mill'anni resti e duo secoli ancor, vergine invitta

in regal manto e venerabil seggio; quinci a' tuoi lauri io veggio del saper e del dir la palma ascritta. Sei tu di libertà verace nido,

a le tempeste altrui fidato porto, gloria del mar, del ciel diletta figlia. Onde può dir chi drizza al ver le ciglia che l'occaso di quella aperse l'orto

de la tua luce, e in te sorse il suo grido; e che l'eterno re dentro al tuo lido tutto il più bel degli altri imperi accolse quando ornar de' tuoi raggi il mondo volse.

Canzon, mentre ch'ammiro or questa or quella, quasi novo Elitropio a doppio sole, dubbio, non so qual più m'abbagli e splenda. Par che l'una da l'altra essempio prenda,

e ch'or prima, or seconda al ciel se n' vole sovra ogn'uman pensiero altera e bella. Ma se tropp'erto è 'l segno e scarsa stella contende il lauro a la mia nuda chioma,

tacito adorerò Vinezia e Roma.

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