Qual era io più non son; tu mi trasformi
pur in sorte, signor, via più gradita,
mentre ad amarmi cortesia t'invita
e d'umil pregio in me gran lode formi.
Ponno i rai del tuo lume, al sol conformi,
le tenebre illustrar de la mia vita;
può di tua voce sol benigna aita
sollevarmi da terra e 'n ciel ripormi.
Dunque mio più non son; da te derivo,
feconda d'ogni onor nobil radice;
ché, s'in me langue il merto, in te l'avvivo.
E, se non che di forze il ciel m'ha privo
a tanto alto dever, n'andrei felice:
nel tuo favor, più ch'in me stesso, vivo.