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1269–1327

CAPITOLO XVIII

Cecco d'Ascoli

Diacodio, se tocca il corpo morto, Perde la sua virtù e mai non torna: Molte fiate di ciò mi sono accorto. S'è messo in acqua, vegnon per natura

Gli spirti tutti della setta borna. È simil di berillo sua figura. La pietra asbesto, se in fuoco s'accende, Per cosa natural non sarà morta

Ma sempre come stella lì risplende. È come ferro in vista il suo colore. Altra virtù in sè, dico, non porta, Ma alcun vuol dire che vaglia ad amore.

La calamita per sè tira il ferro E questa nasce nell'India maggiore; E l'altra in Etïopia, se non erro, Da lei lo ferro fuga con l'aspetto;

Un'altra calamita di dolore La carne umana tira in suo cospetto, Riforma amore fra donna e marito, Dà grazïa e bellezza nel parlare:

Se c'è sospetto, ponitela in dito. Dormendo a lato a donna, metti questa Che sotto al capo si convien celare Pian piano sì che lei non si ridesta:

In ver di te si volta, s'ella è casta; Diletto fugge quasi col temere Se già ne fu cercata d'altra tasta. Il dïamante similmente face.

Per cortesia ben mi dovria tacere, Ma dicer voglio ciò che dentro giace. La calamita, quando puoi, la trita E in quattro canti della casa poni

Carboni ardenti senza fiamma ardita; Dispargi quella polve sopra questi: Parrà cader la casa senza tuoni Ed altre novità che non vedesti.

Queste tre pietre le conduce Marte Ed anche lo Saturno ci tien parte. Luce il carbonchio nell'oscuritate, Muore nel fuoco sì come carbone:

Bagnato in acqua, torna in chiaritate. Dodici son le specie di costui, Ma il crisopazio la luce dispone La notte e in fuoco si dimostra a nui.

Epistrite è che luce e franca il cuore E fuga ogni tempesta dalli frutti: Al Sole opposto, manda fuoco fuore. La fervente acqua questa pietra affreda,

Le locuste e gli uccelli fuga tutti E nulla cosa vuol che il frutto leda. Mostrasi vïoletto l'ametisto Qual da noi toglie il falso cogitare:

Sollecito fa l'uom, sì come ho visto. Vale a intelletto, ed all'uomo imbriago. In cinque modi si puo' dimostrare: Di quel ch'è vïoletto pur m'appago.

Dal Sol si forma di queste ciascuna: Queste altre qui di sotto dalla Luna. Ceraunio pur nasce dal gran tuono. Chi castamente questo seco porta

Mai non potrà morir di quel frastuono. In quella casa, castello nè villa Non puo' cader perchè questo l'ammorta Con sua virtù, secondo la Sibilla.

A vincer ogni briga e le battaglie Vale, ed a dolce sonno con quiete Sì che dormendo non senti travaglie. È calcedonio pallido e incolore;

Di gioventute conserva le mete Con virtù, vince briga e dà valore. Se è perforato, anche meglio resiste A spiriti maligni ed a lor beffe

Che in sogno mostran le diverse viste E dì e notte fanno gran paure Chè, dubitando, all'uom par chi lo ceffe Veggendo l'ombre e subite figure.

Nasce nell'Alpe del settentrïone Cristallo fatto dell'antica neve Secondo la comune opinïone; Opposto al Sole, di fuor manda il fuoco;

La sete, posto in bocca, cessar deve; Trito col miele fa latte non poco, E forte vale al colico dolore Chè fa cessare quel maligno umore.

L'entrace l'acqua per virtute tira Dall'aria, e sopra sè così condensa Che par che dentro nasca, chi la mira. La rondin due ne porta nel suo ventre,

Nascenti in lei allor quando comensa; E chi li vuole, giovine la sventre: Dico del celidonio, quel che è rosso; E vale alla lunatica malìa

Ed a chi fosse di mattezza mosso. Grato e facondo fa l'uomo parere. L'altro, che è negro, toglie tuttavia L'ira e la febbre, quanto al mio vedere.

Questo si mostra nudo di bellezze: In lui è gran virtute senza fallo, Chè d'ogni umore toglie le gravezze. Nel Rosso mare dall'acqua coperto

È legno per natura lo corallo: Nell'aria si fa pietra, e questo è certo. A folgore resiste ed a tempesta, Gli spirti fuga nel caduco morbo,

Fa la fortuna in noi veloce e presta, Moltiplica li frutti, il sangue stregne, Lo stomaco conforta. Or non sii orbo, Che di portarlo la mente ti sdegne.

Rosso e bianco corallo si ritrova In tutti: credo che ciò sie una prova. Nelle marine conche margherite Nascono certo, ma quelle del cielo

Credo che sieno di virtù compite. Dalla celeste rugiada si forma Ciascuna margherita senza velo: La vita nel valor sempre riforma.

Perpetua giacesse galassìa Nel fuoco, già non prenderia calore: Così natura vuol che fredda sia. La cornïola pur mitiga l'ira

Di ciascun membro che conduce umore E stringe il sangue per virtù che spira. Qui faccio fine delle sacre pietre Chè qui tu trovi scritte le più degne,

E da loro virtù prego che impetre. Se d'erbe qui non tratto nè di piante, Io prego che chi legge non si sdegne Chè a medico le lasso che ne cante,

E levi la virtù intellettiva Veggendo che peonia vien da Luna E da Saturno vien la sempreviva, E dodici erbe da cotanti signi.

Ciascuna, quando regna la Fortuna, Rimuove e stringe tutti umor maligni. E tu a me: «Omai vorria vedere Da quinci innanzi quale è il tuo volere».

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