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1269–1327

CAPITOLO XVI

Cecco d'Ascoli

O bel paese con i dolci colli, Perchè non conoscete, o genti acerbe Con gli atti avari, invidïosi e folli? Io pur te piango, dolce mio paese,

Chè non so chi nel mondo ti conserbe, Incontro a Dio facendo tante offese. Venirà il tempo delli tristi giorni Di guerra che farà sanguigni i campi

Ed infuocati li tuoi monti adorni, E, rotti li tuoi nervi, caderai. Se ciò s'allunga, però tu non scampi: Senza rimedio nuda piangerai.

L'avara invidïosa mente vostra, O Marchigiani, con le gravi colpe, Secondo che lo cielo mi dimostra, Conduceravvi nelle guerre accese,

E lascerete l'ossa con le polpe Entrando l'anno con lo tristo mese. Da voi sarà l'invidïa lontana Quando al ponente ritornerà Tronto

E Castellano di terra ascolana. Sì v'han condotti Recanati ed Iesi Che, se tornate al ben, sarà congionto Il monte di San Marco con Polesi.

'Scolta, Romagna con l'antiche volpi Che fanno, per aver le nuove tane, Nella gran pace li celati colpi: Sarai pur soggiogata da tiranni.

Carne volpina vuol salsa di cane, Ed aspre pene li peccati granni. L'invidïa, che il mondo no abbandona E fura la virtù dell'intelletto

Ed arde ciecamente la persona, Manduca l'alma distruggendo il core. D'ogni peccato s'ha qualche diletto, D'invidia non s'ha altro che dolore.

Questa è tristezza dello bene altrui Ed allegrezza del dannoso male Che vien per caso nelli tempi a nui. È l'invidia più forte a sofferere

Che non la povertate accidentale Che fa del sommo stato l'uom cadere. Se vuoi dell'invidioso far vendetta E con più accesa fiamma far languire,

Accostati a virtù che il bene aspetta, Dell'altrui male sempre sii dogliuso, Ricordati del tempo ch'è a venire E come la fortuna muta l'uso.

Chè chi si gode del vicino pianto, In ver di lui vegnon le triste ore Ch'ei prende di tristezza nuovo canto. Anima invidïosa e disdegnata,

Riguarda come è in croce il tuo Fattore E per qual fine tu fosti creata: Io dico a conseguir le degna sorte Fuggendo per virtù l'eterna morte.

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