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1269–1327

CAPITOLO XV

Cecco d'Ascoli

Sopra ogni an'male che non ha intelletto Ha più di conoscenza l'elefante Che, quasi per ragion, fa ogni effetto. S'adunan sempre nella Luna nuova;

Ciascun si bagna nello fiume stante; Chinando il capo, par che fe' lo muova. Quando inferma, trae in alto le verdi erbe E verso il cielo umilmente le mostra

Quasi Dio preghi che il suo mal disnerbe. Se vede l'uomo dalla via smarrito, Va innanzi a lui e la via gli dimostra Fin che ritorna nel cammin sentito.

Se l'uomo allor si scontra col dragone, Combatte l'elefante e fa difesa Che l'uomo non riceva lesïone. Così tu devi conoscenza avere

Tenendo sempre la memoria accesa, E in tutti gli atti la ragion vedere. E lavar l'alma dai peccati enormi Umilïando il cuore al tuo Fattore.

O mente peccatrice che pur dormi, In ciò che fai solleva il grave aspetto E la tua mente verso il primo amore, Chè da lui nasce tutto il ben perfetto;

E se peccando smarrisci la via, A penitenza ragion ti conduca Sì che non caggi nella morte ria. Mira la morte come forte rugge:

Togli il desïo che il cuor ti manduca E pensa che la vita ognora fugge. Certa è la morte, ma non certa l'ora: Però resisti combattendo, ed ora.

O quanto è l'unicorno fiero e forte Che l'elefante combatte e inimica E molte volte lo conduce a morte! Dentro nel cuor lo prende umilitate

Mirando la donzella, e a lei supplìca, Così lo prende la verginitate. Or qui m'intendi, più ch'io non so dire, Se virtù puo' di femmina venire.

Per terra va castoro con gli an'mali E nuota sotto l'acqua come pesce. Sterpa da sè le membra genitali Vedendo il cacciator, per non morire:

Di dargli quella parte non gli incresce Veggendo che da lui non puo' fuggire. Or questo esempio prendi, uomo carnale: Affliggi la tua carne e il tuo pensiero

Qual ti conduce nel gravoso male; Lascia il diletto per la tua salute, Sì che non muoia dal nemico austero Nè possa mai sentir le sue ferute;

E se il diletto la tua mente pasce, Pensa che di dolcezza pena nasce. Forte s'allegra nella Luna nuova La scimmia, e, quand'è mezza, si fa trista

Che par che sopra lei li pensier piova. Se il cacciator la trova co' suoi nati, Presto è smarrita e volta la sua vista, Fugge stridendo con gli occhi infiammati.

Il piccolo figliuol ch'ella più ama Lo prende su le braccia, e poi il maggiore Al collo le s'appicca e le fa brama. Lascia il maggiore per troppa gravezza,

E porta quello che le è più nel cuore, Poi si riprende per cotal carezza. Così fa la dolcezza dei figliuoli Cader lo padre nel gravoso affanno

Onde possede li gravosi duoli. Per i figli non deve il giusto patre Dell'alma sua medesma esser tiranno, Avvegna che l'amor nel cuor gli latre:

Pur l'alma deve amar sopra ogni cosa La mente di ciascun, s'è virtuosa. Il cervo in melodia si diletta, Sì che l'un cacciatore canta e suona,

E l'altro mortalmente lo saetta. Se un fiume o se qualche acqua puo' passare, Riprende forza, sì con sè ragiona Che i cacciatori non lo pon pigliare.

Ma quand'è preso, forte mugge e piagne Veggendo che sarà di vita privo E con pietose lagrime fa lagne. Molte altre proprietati son nel cervo

E in molti altri animai, che qui non scrivo E nella stanca penna le riservo. Ormai convien trattar di pietre certe Che sian le lor virtù qui bene aperte.

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