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1269–1327

CAPITOLO XIX

Cecco d'Ascoli

Ira non altro è che acceso sangue Dentro nel core che il disdegno infoca, Per qual de la vendetta l'alma langue. Subito sdegno toglie lo gran bene

Del grande amor che torna in poca cosa Se d'amorosa pace non è spene. Là dove è amor perfetto non è sdegno: Bramasi in pace con dolce vergogna

Se del celato ben non mostra segno. O quant'è bella cosa la dolce ira Che per far doppia pace pur bisogna Nel tempo che d'amor lo cor sospira!

L'accesa gelosia con l'ira forte E lo pensiero che la fin non vede Dinanzi al tempo conduce a la morte. Nasce dell'ira sùbita parola

Per qual la morte sùbita procede, E l'alma disperando ne va sola. L'irato si mitìga per tre cose: O dolce rispondendo, o col tacere,

O col partirsi fin che l'ira pose. Gli occhi umani, quando sono irati, Accecan l'alma del giusto vedere, Remota stando da gli atti beati.

Pur in parole è l'ira delli matti, Suonando l'aere con le irate voci: Ma quella delli savi è nelli fatti. O quanto ha l'alma forma di bellezza

Se si raffrena da questi atti atroci Prendendo da virtute la fermezza! È d'animo tepor l'accidia ria Che s'abbandona al cominciar gli effetti

E, cominciando, non segue la via. E questi la pigrizia tiene in branche, Da questi vegnon li penal difetti Mostrandosi del bene sempre stanche.

Or queste donne triste qui le lasso, E intendo di seguir altro cammino Da questa riva con più dolce passo, E d'animali e pietre far simiglie,

Parlando in questa parte più latino Che la comune gente qui si sviglie. Comincio prima dall'altier valore Dicendo onde procede e che è amore.

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