Tant'ha di ben ciascun, quanto ha d'amore, Tant'ha di ben ciascun, quanto ha di fede, Tant'ha di ben ciascun, quanto ha d'onore, Tant'ha di ben ciascun, quanto ha di spene,
Tant'ha di ben ciascun, quanto ha mercede, Quanto ha intelletto l'uom, tant'ha di bene; Però che conoscenza d'intelletto Conduce l'uomo per li dritti trami
Onde consegue il glorïoso effetto. Questa sia specchio della tua speranza Per qual tu vederai li santi rami Che sopra tutti i ciel ciascuno avanza.
Non sia la spene tua nelli mortali, Chè vien fallace e nuda di salute Se nei bisogni tuoi per te non vali. Oimè, speranza dello cor nimica,
Che furi il tempo con le tue vedute, Perchè ti mostri così dolce amica? E tu a me: «Or qui voglio esser certo: L'uom che fa bene nell'avversitate
Più che il felice non deve aver merto?» Io dico che ciascuno che è felice Seguendo di virtù benignitate Di maggior lode tien ferma radice.
Quanto è più ricco l'uom, tant'è più avaro; Quanto è più forte, tant'è più arrogante; Così dell'altre cose. E questo è chiaro. Dunque, il felice tien maggior battaglia
Vincendo il male con le virtù sante, E pover'uom di ciò non ha travaglia; Chè povertate superbia confonde, Raffrena la lussuria e la costregne,
Che par che nell'abisso l'uom profonde. Dunque, il felice senza fallo, dico Che d'ogni fama e di più lode degne: Esempio prendi in Santo Lodovico.
E tu a me: «Due occhi ed una bocca Perchè natura fece a ciascun uomo?» Io so che questo detto a molti tocca. Deve ciascun veder più che parlare:
Tristo è chi parla se non vede como E chi non sa sua lingua raffrenare. Natura sempre fa perfezïone: Tu vedi bene qual n'è la ragione.
Qui non si canta al modo delle rane, Qui non si canta al modo del poeta Che finge, immaginando, cose vane; Ma qui risplende e luce ogni natura
Che a chi intende fa la mente lieta. Qui non si gira per la selva oscura. Qui non veggio nè Paolo nè Francesca, Delli Manfredi non veggio Alberico
Che amari frutti colse di dolce esca. Del Mastin vecchio e nuovo da Verrucchio Che fece di Montagna, qui non dico, Nè dei Franceschi lo sanguigno mucchio.
Non veggio il Conte che per ira ed asto Tien forte l'arcivescovo Ruggero Prendendo del suo ceffo il fiero pasto. Non veggio qui squadrare a Dio le fiche.
Lascio le ciance e torno su nel vero. Le favole mi fur sempre nemiche. Il nostro fine è di vedere Osanna. Per nostra santa fede a lui si sale,
E senza fede l'opera si danna. Al santo regno dell'eterna pace Convienci di salir per le tre scale, Ove l'umana salute non tace,
Acciò ch'io vegga con l'alme divine Il sommo Bene dell'eterna fine.
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