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1269–1327

CAPITOLO X

Cecco d'Ascoli

Da quanto è posta in croce questa donna Dagli uomini col falso giudicare, Perchè lo cielo questi non profonna? Ove è condotta l'ingioiosa vita,

Solea nel tempo umilità regnare: Dal cieco mondo par che sia smarrita. Quegli è più degno che puo' trionfare Per lo diviso ch'è fra il nero e il bianco,

Dando ai vicini le percosse amare. Dio prese al mondo la umilitate, Se vi ricorda del sanguigno fianco Quando ricomperò l'umanitate.

Segue lo suo Fattor la creatura: Dunque si deve ancor seguir costei Sì come degna e beata figura; Chè chi s'esalta fa depresso il volto

Cadendo sopra lui li tempi rei; Per più sua pena regna l'uomo stolto. Umilitate fa grazia seguire Ed alla sommità della virtute

Per nuova conoscenza fa salire, Chè sì come gli augelli stringon l'ale Per sormontare nell'alte vedute, Così ti stringe se del ben ti cale.

Non fare come fa il villan grifango, Che nel gran stato fa nota superba Nè si ricorda del suo primo fango. Da grande altura vengon li gran tumi,

E vedi umilïar la vista acerba Il tempo varïando li costumi. Deve ciascuno lo core umiliare Al suo Fattore dell'eterna luce,

Ai virtuosi la testa inclinare, A quei che son di povertate afflitti Umilïar l'udito alla lor vuce Sì come avete negli antichi scritti.

La Luna sopra questa virtù spira La qual raffrena del voler l'altezza: Quest'è vera umiltà, chi ben la mira, E soggetto e minor mostrarsi sempre

Cui e quando si deve e non si sprezza Abbandonando di virtù le tempre. La riverenza che si fa al maggiore, Onor ch'è testimonïo del bene,

Obedïenza che si fa al signore, Gratificare chi il servir conosce, Da l'umiltate ciascheduna vene, Così dal suo contrario le angosce.

Questa virtute che dal ciel discense Fa pur beato chi con lei si strense.

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