Skip to content
1269–1327

CAPITOLO VIII

Cecco d'Ascoli

Notticora, querendo il cibo, grida; Di notte canta e volando fa preda; Ove son corpi morti, là s'annida. Vede la notte, ma nel giorno è cieca;

Agli altri uccelli è angosciosa e feda; Come più guarda il Sole, più s'acceca. Così fa l'alma vizïosa e rea Quando da questa donna si diparte,

La quale è di bellezza somma dea: Acceca gli occhi d'ogni conoscenza E segue la viltate in ogni parte Finchè la luce di veder non pensa,

E infine il Bene dell'eterno amore Non vede, chè vivendo ella si muore. In femmina lo maschio trasfigura Pernice, discordandosi del sesso,

E quando puo', degli altri l'uova fura. Per invidia le cova e fa figliuoli: Da lei ciascun si parte e sta da cesso, Verso la madre proprïa fa voli.

Così fa l'uomo fuor di conoscenza, Che questa donna non porta nel cuore Nè teme di commettere ogni offenza, E l'altrui bene per invidia tolle,

La qual t'adduce a pena ed a dolore E d'ogni altra salute ti distolle. Or pensa che l'aver, fatto di furto, Tu vedi trapassare in tempo curto.

Dello sangue dell'upupa chi s'ogne, Da' spiriti, dormendo, vederassi Essere preso, che non par che sogne. Io non vorria che ogni uomo sapesse

Quanta viltate in lei natura sparse; Non saria fiero chi suo cuore avesse. Invecchia tanto, che non puo' vedere Nè puo' volare, sì che ciascun nato

Strappale penne e piume a suo potere, E poi la cova e con virtute d'erbe Di giovinezza torna al primo stato: Così natura vuol che si conserbe.

Così tu devi non essere ingrato, Devi pensare, se non fosser elli, Che al mondo mai non saresti creato. Pensa a tua madre quanto ne fatica,

Non sii maledetto sì come son quelli, Ma sempre con dolcezza la nutrica. Onora il padre con la genitrice, A ciò che sopra terra la tua vita

Sia più lontana, prospera e felice. Da' tuoi figliuoli il simile t'aspette, Crudezza, impïetate ovver ferita, Sì come ho già veduto a più di sette

E sonmi alla memoria presso a cento Che morti son per questo vizio in stento. Molte nature trovo nel voltore; Non tutte a simiglianza le riduco,

Ma voglio che di lui sii venatore. Di lupo e di leon legato in pelle Il cuor, di Satanas o del gran bruco E d'ogni spirto l'impeto repelle.

Da velen d'animai fa l'uom sicuro; Ardendo le sue penne, li serpenti Fuggono tutti: questo ben ti giuro. Ligando la sua penna nel pie' destro

Quando nel parto son dolor pungenti, (A ciò che dico non guardar sinestro), Tira la creatura fuori a luce, E a chi non leva subito la penna,

Ciò che è dentro di fuori ne conduce. La lingua tratta da lui senza ferro In panno nuovo al collo chi sospenna Fa certe cose che qui non disserro.

Il destro piede legato al sinistro, E ciò converso, toglie il gran dolore. Anche d'un'altra cosa t'ammaestro: La polvere delle ossa molto vale:

Con celidonia risulta il valore Che priva di languore ogni animale. Li suoi figliuoli, quando son nel nido, Beccali forte se li vede grassi

E, percotendo, sopra lor fa grido. Così fa l'uomo tristo invidïoso Che lascia di costei li dolci passi Fin che si vede da morte confuso,

E sè medesimo ardendo percuote Gridando verso Dio con triste note.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CAPITOLO VIII · Cecco d'Ascoli · Poetry Cove