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1269–1327

CAPITOLO VIII

Cecco d'Ascoli

O madre bella, o terra ascolana, Fondata fosti nel doppiato cerchio Sì che hai mutato tua natura umana, L'acerba setta delle genti nuove

Sì t'ha condotta nel vizio soperchio: Or ti conduca quel che tutto muove. Alteri, occulti son li tuoi figliuoli, E timidi in cospetto delle genti;

Invidïosi son pur tra lor soli. O Ascolani, uomini incostanti, Tornate ne li belli atti lucenti, Prendendo note delli primi canti,

Chè da li cieli siete ben disposti Ma non seguite il bene naturale Del sito bello dove foste posti. Fra le virtuti, pur di temperanza

Dovreste stare sotto le sue ale, Ma no il potete se lo vizio avanza. È temperanza ferma signoria E delli moti naturali è freno

Quando nel male l'alma pur desia. Muove da Giove la dolce virtute, E nell'umanitate è più o meno Secondo le beate sue ferute.

Ma chi raffrena il naturale istinto Del vizio che da qualitate viene, Di sofferenza ben si mostra cinto. O quanto è bella, o quanto è gentile

La mente che conducesi nel bene Quando si vince nell'affanno vile. Chi sè non vince non vincerà altrui Da sè medesmo avendo il suo valore:

Di questa opinïone sempre fui. Ma chi sè vince in questi sette modi Ben è fondato nel divino amore: Dicoti quali, se mi intendi ed odi.

In giovinezza si vede l'uom casto E in allegrezza vedi l'uomo antico, E largo in povertà chi non porti asto. In ubertate anche chi ha misura,

Ed in grandezza umilitade sico, E pazïenza nella ria sventura; E sofferenza nelli forti moti Del gran desìo che viene nella mente.

Or questi sono dal vizio remoti; Or questi sono immacolati e puri, E disprezzanti del mondo dolente; Sempre seguendo pur gli atti maggiuri,

Nell'alto cielo la virtù li mena Gli altri lasciando nell'eterna pena.

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