Io ho avuto paura di tre cose: D'esser d'animo povero e mendico (Io so che tu m'intendi senza chiose), Di servir per altrui e dispiacere,
E per difetto mio perdere amico; Ond'io son ricco, quanto al mio vedere, Chè speso ho il tempo di mia poca vita In acquistarmi scienzïa ed onore
Ed in seguire altrui con l'alma unita. Non per ricchezza fra li buoni ho loco: Non val ricchezza a povertà di cuore E poco vale a chi conosce poco.
S'io avessi conoscenza, quale io bramo, Delle bestie sì come degli umani, Molti non amerei di quelli che amo. Amore accende, ma l'odio disface
La conoscenza con li pensier vani, Fin che vien giorno che speranza tace. Potresti dubitar perchè ciò dico? Ed io a te: Perchè son nati molti
Che parlano secondo il tempo antico; «Che val saper cose meravigliose Ove frutto non è?» dicon gli stolti Snizzando le lor bocche disdegnose.
Grande è la pena qui, e più il tacere. Convienci di partir da questa gente Che d'uomini non nacque, ma di fiere. Ringrazio il mio Signor che non mi fece
Del numero di questi da nïente, E d'intelletto il ben non mi disfece. Un uom val cento, e cento non fan uno; Tanto è il valor dell'uom quanto ha intelletto
E quanto al mondo egli ha di grazia duno. Assai è ricco l'uom poi ch'è contento, E meglio è conoscenza con difetto Che non ricchezza con vivere in stento.
Io non ebbi, non ho nè avrò mai spene In uom che viva, sì che m'è d'avanzo Se conseguisco il non pensato bene. Per te sii buono, non sperando in uomo,
Chè troppo ha sale la cena col pranzo Dell'altrui pane; tu vedi ben como! E tu a me: «Omai è tempo ed ora, Con questa gente, di parlar tacendo,
Ove cotanta ignoranza dimora. Or dimmi di queste ombre che vedemo, E prima fa' ch'io sappia, definendo, Che il tempo non ti lasci. Oh quanto io temo!»
Ombra è non altro che celata luce Da corpo tenebroso che riceve Lo raggio che diretro non traluce. Secondo che la luce è alta o bassa,
L'ombra così diversa qui diviene: Per più vedere in ciï, la mente spassa. E tu a me: «Ormai vorria sentire Qual'è quell'ombra che chiami riversa,
Chè la diritta so ben che vuol dire». Ogni corpo, che sia diritto in piano, Facendo contro il Sole ombra diversa, Questa è diritta da presso e lontano.
Se corpo astile cade sopra torre, Quell'ombra si è riversa che tu vidi, Che varïa secondo che il Sol corre. Questa crescendo, la diritta scema,
E ciò converso; e voglio che ti fidi, Chè ver ti dice qui ogni mio tema. «Perchè, quanto la luce è più da presso Del corpo, tanto fa l'ombra minore,
Ed è maggiore quanto è più da cesso?» Lo raggio, che da presso è in sè unito, Disperge, se è lontano, lo splendore: Guarda lo lume e leva su il tuo dito.
«Perchè tremano l'ombre nell'estremo?» Guarda lo Sole che vien per finestre. Del gran Maestro due ragioni avemo: Trema la sfera dello Sol movendo,
O l'aria muove il Sol con sue balestre? La prima e la seconda qui commendo. E tu a me: «Perchè l'ombra più dura, Io dico, nelle notti dell'inverno,
E varïa d'estate sua figura?» Ed io a te: In ciò pon cura e guarda: Sei segni son d'inverno, i quai discerno La notte in che ciascun suo moto tarda;
Nell'orïente nascono diretti Da Cancro a quella stella che saetta. Guarda la sfera se in ciò ti diletti. Gli altri sei segni poi nascono torti:
Ciascun nascendo lo suo moto affretta. Io so che questi detti a te son forti. Da Capricorno fino al doppio segno Nascono torti di verno nel giurno:
La notte gli altri son sul nostro regno. Li segni dritti nascono d'estate. Non varïa già mai il moto diurno Le note che dal primo gli fur date.
Tien ciascun segno a nascere due ore; Sei nascono di giorno e sei di notte, Secondo ch'è il voler del lor motore. Ventiquattr'ore è il giorno naturale;
L'ore non sono uguali, ma ridotte, Quelle, dico, del giorno artificiale, Il quale è tanto, fin che il Sole alluma Una fïata tutto l'orizzonte:
Così la gente lui chiamar costuma. Artificiale è detto, perchè l'arti, Infin che il Sol non posa, tegnon fronte; Or ti sia a mente se di qui ti parti.
E tu a me: «Or dimmi se quest'ombra È luce o corpo ovver natural atto, Chè gran pensier di ciò la mente ingombra». Ascolta: tutto ciò che è qualitate,
Io dico ed in concreto ed in astratto, Natura, che sia corpo, ciò non pate. Sopra le cose corporate e miste La luce è forma ch'io dico eccellente:
Tolta dagli occhi, par che ognun s'attriste. E tu a me: «Or questo onde procede, Che senza luce l'uom divien dolente?» Ed io a te: Natura ciò concede.
Gli spiriti son lustri per natura, E simile con simil si conforma; Così gli spirti con la luce pura. Ciascun s'attrista quand'ombra lo prende,
Siccome pel contrario si disforma Dall'allegrezza che prima comprende. Com'io distinguo qui, fa' che sii attento, E della luce ti fia noto tutto
Il termine del ver, com'io lo sento. Dico: la luce in due modi s'intende. Oh quanto distinguendo nasce frutto Quando per la fallacia alcun contende!
La luce ch'esce dallo primo agente Ha luminoso corpo ed esso è attivo, Ed essa è forma sostanzïalmente, E il fulgore di lei che cerca il misto,
Il quale è oggetto del senso motivo, È accidente. Qui più non resisto. Più ch'io non voglio dire, intendi ed odi, La luce distinguendo in questi modi.
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