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1269–1327

CAPITOLO VI

Cecco d'Ascoli

Poi che morte le penne ha palombino, Rinascono con loro qualitate: Son temperate, dico, più e mino. Virtù si serra in lui sì come in seme

Che tien occulta sua umiditate, Chè pianta nasce, quando il suol lo preme. Così costei: chi la tiene nel cuore, In ogni modo segue temperanza,

E in ciel fiorisce, poi che al mondo muore, E le nude ossa con la fronte calva, Che dormono vestite di speranza, Rinasceranno con la carne salva

Quando la forza del Fattor benegno Chiuderà giorno nell'umano regno. Lo struzzo, che per sua caliditate In nutrimento lo ferro converte,

Non vola in aria per sua gravitate. Di giugno, quando vede quelle stelle Globate in orïente bene aperte, Sotterra l'ova e scordase di quelle.

Mettendo l'ova sotto del sabbione Nascono per virtù che il Sol ne spira, Onde di vita vien perfezïone. Nutrica i figli poi che sono nati

Ricordandosi l'ova, e fitto mira Guardando lor con occhi umilïati. Così chi sente al cuore il dolce fuoco Che nasce per disïo di costei

Il mal consuma e serva sè in suo loco, E se di lei peccando si discorda, Piangendo con sospiri dice omei Quando di questa donna si ricorda.

Il gran pentire toglie il gran peccare, Se il cuore fa per doglia lagrimare.

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