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1269–1327

CAPITOLO IX

Cecco d'Ascoli

Questa virtù che tanto onora altrui Il terzo ciel la forma negli umani Sì come nel crear fu posta in lui. Volere col potere è bella vista:

Larghezza vale se te ne allontani E se miri la sua graziosa lista. È largitate con misura dare A cui e quando e come si conviene:

Questa è virtute nel gentile affare. Ma quei che fanno contro queste note, A povertà conduceli la spene Se la fortuna varia le sue rote.

Più beato è chi dà che chi riceve, Ed ha virtute ricevendo l'uomo E quando e quanto, dico, e come deve. Ma chiunque pur riceve e non vergogna,

E in lui non è difesa perchè e como, Contra virtute dì e notte sogna. E voi, che date pur passando il modo, Or vi ricordi che la fronte suda

Del domandare poi che siete a sodo. La conoscenza in povertà è pena, E più dogliosa fa la vita cruda. Quegli è felice che vizio raffrena.

O quanti amici, o quanti parenti Si vede l'uomo nel felice stato, Non respirando li contrari venti! Dura l'amore fin che dura il frutto,

Chè quanto l'uomo puo', di tanto è amato Da queste genti col vedere istrutto. Cotanto è l'uomo, quanto ha di virtute E tanto quanto più si fa valere.

O genti cieche con le menti mute, Mirate la milizia desolata: È senza onore, se non v'è potere: Più che di vita, di morte è beata.

Non ritenete nell'antica borsa Quel che misura vuol che pur si spenda, Chè a poco vien lo tempo della corsa Con accidenti non pensati e gravi.

Chi vuole che la spesa non lo offenda, Tegna misura con le aperte chiavi. Questa virtude degno fa ciascuno E grazïa possede in ciascun loco.

Più tosto dare, che ricever duno, Più tosto sofferir che far vendetta: Questa è la carità col dolce foco Che dell'eterna pace il tempo aspetta,

E fa nel mondo grazia possedere A chi con questa serva il bel tacere.

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