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1269–1327

CAPITOLO IX

Cecco d'Ascoli

E tu a me: «Oimè, perchè addiviene Che raro di buon padre figlio nasce Che conseguisca lo consimil bene? È per peccato, o natura lo vuole,

Od è fortuna che nel ciel s'irasce? Questo mi par ben nuovo sotto il Sole». È natura principio d'ogni sangue Ed augumento e stato, e poi declina

Di gente in gente, ed in ultimo langue. Se il padre ha il sommo ben della sua schiera, Naturalmente in lui virtù s'affina, E il nato convien sia di vil maniera,

E questi tempi più e men son lati Secondo le figure d'alti lumi Sotto li quali furon generati. Guarda diretro, e vederai tumulti

Di gran casati e di gentil costumi Che, terminando, sono in terra occulti. Per quattro tempi passa ogni creato; Non è fermezza nel terrestre regno;

Chi va, chi vien, chi piange, chi è beato. Tutte le cose umane sono in moto, D'estremo riso vien pianto malegno. Felice chi da Dio non sta remoto.

E tu a me: «Perchè questa fortuna, Che l'uomo virtuoso pover vive, E subito si sparge ciò che aduna, E vedo gente senza umanitate,

Spogliate di virtuti intellettive, Che tutte le ricchezze a lor son date?» Ed io a te: Or qui devi sapere Che gran ricchezza non si puo' acquistare,

Se a Dio non spiace questo mio vedere. L'uom, ch'ha virtute, di seguire sdegna Questi guadagni e questo accumulare, Avendo l'alma di virtute degna.

Ov'è intelletto, il più degno s'elege, Cioè virtute e scienzia ed onore: Dunque ricchezza convien che si sprege. È con la fama congiunta la spesa,

E ciò non puo' fuggir chi ha valore, E contro lei non puo' mai far difesa. E tu a me: «Perchè un pover'uomo Sarà più largo di quel che possede,

Che un altro ricco? Tu vedi ben como». Ed io a te: Chi non puo' peggiorare Nè per poco salir, come si vede, Sempre si sdegna di ciò conservare;

Ma quegli che ha, ben sa che sia l'amore Del posseder, sì che fervendo teme Di non venir nello stato peggiore. Anche, ogni ricco diviene tenace

Per sormontare alle ricchezze estreme, Sì che non sente mai quiete nè pace. O idolatri, con la gran ricchezza Voi siete posseduti possedendo,

E nudi, e ciechi dell'alta chiarezza. Volti il suo volto ventura fallace: Vivete gli occhi in pianto sommergendo, Poi che di Dio in voi speranza tace.

E tu a me: «Perchè si sdegna tanto La mente umana, se congiunge amore Sua donna col piacer di nuovo incanto?» Se due persone fan sola una carne,

Non dà la morte così gran dolore Se alcun tu vedi che tue membra scarne. Anche ti dico che chi amor congiugne Con altrui donna, prende tanto ardire

Che il suo maggior disprezza e par lo agugne. Per non esser tenuto vile al mondo, L'uomo ch'è offeso mettesi al morire E non discerne che ne porta il pondo.

E tu a me: «Perchè non è fermezza In cuor di donna che, sì come vento, Si muove or qua or là per sua vaghezza?» In fin che il viso accende, tanto dura

Fermo volere in donna, e ciò consento; Stando divisa, più di te non cura. Naturalmente umida è ciascuna, E l'umido la forma non conserva,

Nè per gran tempo lì dura nessuna. È per natura in lei la falsa fede. Con dolce inganno fa tua vita serva, Mostrando gli occhi pieni di mercede.

Ben si vorria piegar li cinque rami Mettendo il primo fra li due più appresso Dicendo: Or togli, poi che tanto m'ami; Poi gli altri cinque del sinistro tronco

Voltare verso gli occhi di se stesso. Chi fida in donna è guercio zoppo e cionco. «Perchè fan più rumore dieci donne, Che altrettanti uomini parlando?

Alla mia mente la ragion s'asconne». Ogni creata cosa, onde discende, Di lì prende natura cominciando, Sì come dal filosofo risplende.

Eva fu prima plasmata dell'ossa E della terra del primo parente: La terra non dà voci a chi l'ha scossa; Movendo l'ossa, fanno le gran vuci.

Questa ragione qui non ti contente. E tu a me: «Or l'altra qui m'adduci». Ov'è intelletto, voglio che tu senta. Giusto è il tacere, e giusto è lo parlare.

Oh quanto il tuo tacer qui mi contenta. In donna non fu mai virtù perfetta, Salvo in Colei che, innanzi il cominciare, Creata fu ed in eterno eletta.

Rare fïate, come disse Dante, S'intende sottil cosa sotto benna: Dunque, con lor perchè tanto millante? Non da virtù viene il parlare inetto.

Maria si va cercando per Ravenna Chi in donna crede sia intelletto. La femmina ha men fede che una fiera, Radice, ramo e frutto d'ogni male,

Superba, avara, sciocca, matta e austera, Veleno che avvelena il cuor del corpo, Iniqua strada alla porta infernale; Quando si pinge, pugne più che scorpo.

Tossico dolce, putrida sentina, Arma di Satanasso e suo flagello, Pronta nel male, perfida, assassina, Lussuriosa, maligna, molle e vaga,

Conduce l'uomo a frusto ed a capello; Glorïa vana ed insanabil piaga. Volendo investigare ogni lor via, Temo ch'io non offenda cortesia.

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