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1269–1327

CAPITOLO IX

Cecco d'Ascoli

L'arco che vedi in divisata luce Sempre si pinge ne l'opposto Sole Perchè il suo raggio in forma lo conduce. Se in orïente è l'arco, il Sole occide:

Ciò si converte perchè ragion vuole E al tuo vedere convien che ti fide. L'arco non è che flettersi di raggi Entro le acquose nubi divisate:

Convien che in intelletto questo caggi. Lustre ed obscure, sottigliate e grosse, Sono le nubi così varïate Quando dal Sole ricevon percosse;

Però dimostran diversi coluri Com' per esemplo tu potrai vedere Nel vetro pieno, se di far ten curi: Olio con acqua nel vetro ponendo,

Quando lo raggio del Sole vi fere Sarai contento li colur vedendo. E da la Luna, quando è tutta piena, Si forma l'arco di notte, ma raro;

S'oscura poi, se fa l'aria serena. Spesso da lei si forma l'arco bianco Che muta il dolce tempo nell'amaro: A pochi giorni di ciò non è manco.

Quando nell'aere tu vedrai molti archi E ciò si forma là nel mezzo giurno, Se di pensiero ciò la mente carchi, Vederai l'aere a pochi dì turbare

Per la forza di Marte o di Saturno Se l'altro cielo non fa varïare. Anche le ferme nubi che tu vedi No intendo di lasciar ch'io non ti dica

Acciò che a favolette più non credi. Come l'entrace l'acqua sempre tira Per la virtù che dentro lei nutrica, Così fa Capricorno che pur spira.

Vapor sottili sua potenzia abbranca, Sempre tirando su ne l'aria chiara, E par che in ciel si mostri la via bianca. O quante sono le nature occulte

A nostra umanità cieca ed ignara; O quante cose mire son sepulte Al nostro ingegno che il ben abbandona Seguendo il mondo qual morte sperona!

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