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1269–1327

CAPITOLO III

Cecco d'Ascoli

Cerchïasi con l'arco, ove si fonda, L'ignea qualità di quella stella, E lo giro poi sotto questa abbonda. In quella spera, sempre unica essendo,

L'estrema parte gira pur con ella, Sì come i lievi corpi suso intendo. Il centro pete del grave natura: Però queste altre tegnon basso sito.

Di tutte qualità la forma pura Si cela agli occhi nostri e non si mira, Salvo il soggetto ch'è da lor finito Per la vertù di sopra che ciò spira.

La grave qualità il ciel divide: La sferica di forma sta nel mezzo, Sì come il punto che nel cerchio asside Alcun con quel che il suo nome dimostra.

Del ciel la plica non appare al sezzo Dal qual se move intelligenzia nostra. La minor stella che nel cielo splende Maggiore è che la grave qualitate,

Ed ella come il punto si comprende Nel cielo; e questa si dimostra vera In quelle stelle ferme che mirate, Ma non in questa dell'ultima spera.

Perchè il minore lo maggior non cela, Però la Luna non è mica grande Più che la Terra che il suo lume vela. Se ciò non fosse, mostreria non tutta

L'ombra che de la Terra in lei si spande, Che mostra a tempo sua bellezza strutta. In quarta parte vivon gli animali, E l'altre parti tengon caldo e frido,

Onde la vita e gli atti naturali Stando remoti d'elli, al ver non face Corpo animato nè voce nè strido. Là dimorasse a chi virtù despiace.

Lo quarto si divide in sette parte Da sette stelle poste in fino in austro; Ciascuna a l'altra getta l'ombre sparte. Sì come gira il Sole e il lume scima,

Ombra e luce non v'è in ogni castro, Se nel quarto s'osserva o quinto clima. Ciò forma de la Terra il gran tumore: Però insieme ogni animal non vede

Quando la Luna perde il suo splendore. Chi stesse sotto luce sempiterna Di sette stelle che a noi tengon fede Sì come pone nostra Luce eterna,

Potrebbe andare verso il fin del mondo Tanto, che queste già non vederia; Sì come chi da quel cerchio secondo Che nella parte sta meridïana

Prendesse verso quelle stelle via, Lasseria la seconda tramontana. Tegnon la Terra nel mezzo due poli, Di sopra l'uno, e l'altro opposto a lui:

Di virtù simil natura formoli. Se l'un facesse sua potenzia quita, L'altro verso del ciel trarrebbe nui, Chè ciascuno fa come calamita.

La nostra luce nega quel che dice La falsa opinïon di queste genti Che verde mostran di trista radice. Vanno leggiadre di belli animali

Quell'alme oscure degli atti lucenti: Ai virtuosi già non dico quali. Dal cielo sta la Terra egual lontana: Però la luce de le stelle mostra

Egual splendore ad ogni vista umana. Se in orïente ovver nel mezzo gira, Ovver se in occidente ella si prostra, Di quella forma ciaschedun la mira.

Molte ore il falso prende il nostro viso Per lo corpo dïafan de le stelle: Stando nel mezzo e trasparendo fiso, Dall'esser vero li occhi nostri sgombra,

Perchè lo raggio le mostra più belle Sì come luce ch'è lontana in ombra; Chè nel suo mezzo, per natura, posa La Terra al cielo come grave a centro.

Non pote fare il moto miga iosa, Però ch'ascenderebbe il grave suso. Natura tal potenzia non tien dentro, Nè vinta fu già mai da cotal uso.

E se possibil fusse che affondasse Da questa superficie là di sota Sì che lo emisperio lo mirasse, Essendo sì leggero, avria festa

Voltando ne lo mezzo de la rota In vêr di noi li piedi e giù la testa, Sï come gli atti che sono accidenti Ne l'acque che trasparon sì lucenti.

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