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CAPITOLO III

Cecco d'Ascoli

«Perchè ciangotta la fiamma nel stizzo, E perchè l'uomo subito la smorta? È cosa occulta naturale, o vizzo?» Ventosità rinchiusa ch'è nel legno

E l'umido che seco ognora porta Muove la fiamma, sì che fa tal segno. Anche ti voglio dir come nel fuoco Fanno venir figure i piromanti

Chiamando scarbo, marmores, sinoco. Li geomanti con li sciocchi punti, Con l'ossa delli morti i negromanti, Con l'acqua gli idromanti son congiunti.

Ciascun di questi, nella piena Luna, Gli spiriti chiamando con lor muse, Sanno il futuro per caso e fortuna: Per strepiti delle incantate palme,

Per l'osso biforcato che si chiuse Sanno il futuro queste dannate alme. E tu a me: «Or qui mi parli oscuro; Che vuoi tu dir dell'osso biforcato?

Chè delle palme qui saver non curo». L'osso davanti al petto ch'è nel gallo, Posto nel fuoco poi che è incantato, Si stringe o s'apre senza intervallo.

E tu a me: «Or qui voglio esser certo; Lasciando il primo onde il sermone nacque, Prego che il vero qui non sia coperto. Queste fatture e questi sortileggi,

E carmi che si fanno sopra l'acque Io non credevo, di ciò mi correggi, L'immagin dello stagno e della cira, E vespertilio con scritta di sangue

Che con lo spago legato si tira, E l'annottare delle prave vecchie Che par che in cielo la stella s'insangue, Spirti veder alcun pur che si specchie».

Ed io a te: Ogni creata cosa Ha sua virtute sopra qualitate Che occultamente in lei nascendo posa. Questi maligni spiriti che sanno

Degli elementi le virtù celate, Per cosa natural questi atti fanno, Sì che, chiamati, con li lor tributi D'umano sangue e con li morti gatti

E con ugne e capelli ed altri vuti E con resine, carne, mirra e incenso, Con olio d'aloè e con altri patti, Fanno questi atti veggendo lor censo.

Nell'immagin che fanno per amore Con quella cera ch'è delle prime ape, Di ciò non voglio che tu sii in errore, Lo spirito chiamato in quella faccia

Le cose naturai subito rape Ed ogni cosa che diletto faccia. La fantasia si muove della donna Con queste cose, ardendo nel disìo,

Sì che l'amore in lei, nascendo, abbonna. Topazïo, che fa vista riversa, A ciò resiste. Quel che ti dico io Fa' che tu celi alla gente perversa.

Questi altri non si possono giacere Con le lor donne, chè son fascinati E su nell'atto perdono volere, La forza della virtù genitale

E gli organi che in lei sono animati Stando legati in atto naturale. Ma del cappon la grazïosa pietra, Congiunta con li rami di coralli,

Questa freddezza degli uomini arretra. Con li fanciulli vergini lo furto, Nello specchio, nei vetri e nei cristalli Alcuno incanta con lo veder curto.

Voglio che sappi qui la nuova fraude Che fanno le maligne creature Fra li compagni, per aver più laude. Stando nell'aria e riflettendo l'ombre,

Non son nel specchio le giuste figure: Di tal pensiero la tua mente sgombre. Il primo che s'incontra in quel che fura Appare lì col furto manifesto

Con gli accidenti della sua figura. E tu a me: «Sì dolce è lo savere, Che mi dèi perdonar se più ti infesto, Perch'io mi muovo a ciò per più vedere.

Nelle immagin di stagno ovver di piombo Fatte sotto gli aspetti delle stelle Con cifre di triangoli e di rombo, Come s'acquista in lor forma e virtute

Vorria saver; di ciò dimmi novelle, E leva gli occhi per la mia salute». Ed io a te: Dal cielo vien la forma Che, limitando la proporzïone

Di quattro qualità, queste conforma Sì, che nel misto natura risulta S nel creare, e poi è perfezione, Sì come in calamita è forma occulta.

Or prendi esempio che qui ti dimostro: Son due figure d'un beato e santo D'ugual bellezza presso al nostro viso, Fatte per Giotto, dico, in diverse ore:

L'una s'adora e lauda con gran canto, E l'altra presso a questa non ha onore. Lo spazio che su fra le stelle vedi Fra il gonfalone e il pozzo e il fuoco sacro

Il gran segreto voglion che tu credi. Lì sono li caratteri segnati. Le lor virtuti qui non ti dissacro Quai fur dalla Sibilla sigillate.

E tu a me: «Or questi chiromanti Ed aruspici, e quando l'occhio sbatte, Voglio saper come di loro canti; E se starnuto è segno d'accidente,

E incontrare animali e vecchie e matte E cieco e zoppo e chi di guercio sente». Ed io a te: Li chiromanti segni, In quanto in noi ci sono per natura,

Io dico che di nota sono degni. Passa lo segno per li sensi umani Infino all'intelletto in forma pura, Sì che intendiamo gli effetti lontani.

Non che tal segno sia cagion di questo, Ma noi fa certi d'onde il segno muove, Chè tanto il giudicar si fa più presto. Metter si vuol la man nell'acqua calda,

Chè gli accidenti segni ella rimuove, E con li naturai riman poi salda. Dello sbatter degli occhi qui ti dico Che ben è segno di futuri eventi:

Ascolta la ragion che qui t'applico. Questi due lumi della nostra vita Sono cagione di questi accidenti Per la natura che da lor s'addita.

L'alma gentile, che è rammemorata Dalli superni lumi e da lor guida, Mostra per segno sì com'è informata. Dinanzi al caso, col temer si stringe;

Dinanzi dello ben, forte si fida, Secondo che di sopra in lor si pinge. E tu a me: «Se questo atto dipende Dal cielo, che nell'alma fa cospetto,

Perchè il proprio futuro non intende?» Che la grossezza delli umani sensi Offusca la virtù dell'intelletto, Qui non ti parlo: so che tu lo pensi.

Dormendo questo sensi, ben riceve Il proprïo accidente su nel sogno, Che contemplando la virtù conceve. Or prendi esempio e guarda gli epilenti,

Nè in lor di dubitar ti fa bisogno, Chè dicono il futuro risorgenti. E tu a me: «Perchè son questi moti Negli occhi sempre, ma nelle altre membra

Sono dalli giudizii remoti?» Chè l'alma, mossa dalla somma luce, Della più degna parte si rimembra, Sì che negli occhi tal moto conduce.

D'aruspici, sternuti ed altri effetti, Ciascuno ha qualche vero, ma non sempre, In quanto noi di ciò siamo sospetti. «Questi che fanno la notoria arte

È ver che l'ignoranza da lor stempre, O è ver che son perdute le lor carte?» Ed io a te: In ciò ti è testo Dio, Chè in quell'arte son le preci sante

Ed utili, secondo il parer mio. Son molti li chiamati e pochi eletti A conseguire le virtuti tante E contemplar li divini cospetti.

Ormai risorga in te la mente nuova Del dubitare, per veder la prova.

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