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1526–1565

XIX

Camillo Scroffa

O da me celebrando in mille pagine, d'ogni virtù mirabilmente predito, spirto reale, illustre alta propagine, ecco ch'io canto, ecco ch'io scrivo et medito

gli elegi imposti: vegga l'human genere che ne gli obsequij tuoi tutto son dedito. Vien nel mio petto col tuo figlio, o Venere, mena i parvuli tuoi nati dulciculi

et col patente sen le Gratie tenere; cercate tutti insieme i diverticuli ove del passato igne è il caldo cinere et suscitate i già sopiti igniculi,

tanto ch'io possa il mantovan itinere, ch'io feci al tempo del mio grave incendio, al suon de la testudine concinere. Quanta iactura, ohimè, quanto dispendio

feci alhor del mio nome celeberrimo lasso, ch'io fui del vulgo vilipendio! Vide già Theseo il regno empio et miserrimo ove han la mulcta i perpetrati crimini

et fu nel vero il suo viaggio asperrimo; ma a più evidenti casi e a più discrimini exposi io alhor questo mio corpo impavido prima ch'io entrassi i mantovani limini.

Sì di veder il mio Camillo ero avido ch'i fasci, le secure e al fin la ingloria cruce imminente non mi fer mai pavido. Muse, reggete voi la mia memoria,

sì ch'io deduca al fin col vostro auxilio de le fatiche mie la lunga historia. Havea già Phebo in Scorpio il domicilio, onde le come a gli arbori cadevano

e i dolci giorni andavano in exilio, quando i mei spirti che vita prendevano dal mio Camil per la sua longa absentia exurienti a duro fin correvano.

Non poté la mia innata continentia far che giamai mutassero proposito, perch'Amor lor facea troppo violentia; ond'io di subvenirli al fin disposito

audace ascesi un equo conductitio, ogni timor de gli emuli postposito, e il camin presi con sinistro auspitio, il camin sempre acerbo et memorabile

che fu quasi cagion del nostro exitio. Pendea da i lati la mia toga labile, et io vibrando il magistral mio baculo equitava con gaudio incomparabile;

indi trahendo il mio Maron del saculo passai quel giorno honestamente il tedio, né cosa al mio piacer mai fece obstaculo. O quanto fu diverso il fine e il medio

dal bel principio! o gaudio transitorio! o duol più longo del troiano assedio! Cedea già Phebo al bel lume sororio, quando io per l'aere noxio de i crepusculi

giunsi defesso a un empio diversorio. Il caupon con atti blandiusculi prese la staphia et m'aiutò a descendere, coprendo fel con meliti verbusculi.

Cominciaro i vapori al capo ascendere, fremeva l'alvo, honusto era il ventriculo, né i freddi piè potea né i bracchij extendere; pur pedetentim giunsi ad un cubiculo

sordido, inelegante, ove molti hospiti facean corona a un semimortuo igniculo. «Salvete —dissi—, et Giove lieti et sospiti vi riconduca a i vostri dolci hospitij»;

ma responso non hebbi: o rudi, o inhospiti! Io che tra viti equestri et tra patritij soglio seder mi vidi alhor negligere da quegli huomini novi et adventitij.

Non sapea quasi indignabundo eligere partito; pur al fin fu necessario tra lor per calefarmi un scamno erigere. Che colloquio, o dij boni, empio et nefario

pervenne a l'aure nostre purgatissime, da mover nausea a un lenone, a un sicario! Io con reprehensioni modestissime prima cercai quel rio sermon distrahere,

poi question proposi lepidissime; né mai li puoti a le proposte attrahere, anzi, fecer da un puero scelestissimo con fraude il scamno a me erecto subtrahere,

tanto che quasi —o seculo immanissimo!— volendo io poi seder, mi ruppi un cubito nel precipitio mio grave et altissimo. Prorupper tutti in un cachino subito,

che mostrò del mio mal gaudio incredibile, ond'io che fosser fiere ancor mi dubito. Tu che nel ciel con murmure terribile scuoti le nubi, o regnator de l'ethere,

perché inulto lasciasti il caso horribile? Fu sempre questo mio instituto vetere, dissimular la ricevuta ingiuria e a i malfactori miei bontate expetere:

però frenando alhor l'ardente furia del sangue che fremea circa i precordij taciturno lasciai l'improba curia. Vennero in tanto i mal frugali exordij

de la cena futura, ma a compescere la fame mia bastar soli i primordij, perché tutto sentendomi languescere, essendo ancor dal sdegno inflato et tumido,

più che cibo appetiva di quiescere. Menòmi un puero a un loco incompto et fumido, ove tra mille et più rime et foramini un lectulo giacea sul terreno humido.

Poi ch'io fui ne gli illoti linteamini trovai più duro stare et più spiacevole che su la terra, sopra i nudi gramini. Prevalse alhor la parte più laudevole,

ond'io, poco mel visto in tanto assentio, damnai pentito il senso trabocchevole, tra me dicendo: «O Fidentio, Fidentio, quanto più honor sariati et gloria et utile

finir il semiexposito Terentio! Deh stolto, non voler per cagion futile una tale ignominia al tuo nome adere! Ritorna, et lascia il rio camino inutile».

Vennermi in tanto legioni a invadere d'animali multiplici et deterrimi, tal ch'io non credea mai poterne evadere. Hor, mentre io deplorava i morsi asperrimi,

exclamò Amor: «Per sì varie tristitie, per tanti casi flebili et miserrimi, ti meno a riveder le tue delitie, la tua ambrosia, il suavio, il refrigerio.

Servati forte a cose sì propitie». Tanto in me alhor s'accese il desiderio ch'io parvipesi gl'importuni aculei, lieto adorando il cupidineo imperio.

Patito havrei tutti i labori herculei et per l'ombra veder del ben pollicito ito sarei fino a i colli romulei. Sol mi dolea d'esser nel letto implicito

et che senza una morula interponere d'ascender l'equo non mi fosse licito. Non puoti al somno mai gli occhi disponere, tal che invocando il giorno e il flavo Cynthio

mi posi hendecasyllabi a componere. Ma la notte in cui nacque il gran Tirynthio a rispetto di quella fu brevissima: notte crudel piena di dolce absynthio!

O quante volte a l'aria frigidissima usci' a veder l'antelucana albedine, et sol vidi nel ciel ombra obscurissima! Al fin con infinita mia dulcedine

l'aureo splendor ch'al novo giorno è previo discacciò la noturna atra nigredine. Io, come un giovinetto imberbe et devio, mi succingo la toga et corro al stabulo

e ascendo l'equo et ogni mora abbrevio. L'hospite, che fu rio ne l'incunabulo, per far d'ingiusto lucro gravi i loculi gli havea subtracto il patuito pabulo;

poi disse in voce irata et con truci oculi a me che prendea venia per discedere ch'io persolvessi i non libati poculi. Et fu al fin forza al temerario cedere,

perché l'habene in atti crudo et horido prese e il partir non mi volea concedere. Dal freddo clima al sempre adusto et torido non vede il sol altro huom sì in vitij excellere,

né da l'occaso a l'oriente florido. Hor volendomi al fin indi divellere et del cepto camin la meta tangere cominciai l'equo alacremente a impellere;

il quale, hoimè, poi che dal stimulo angere sentissi in modo cominciò a succutere che m'hebbe quasi gli intestini a frangere. Io sentia il splen et l'hepate concutere

con tal dolor che, vinta la constantia, fu forza al fin la patientia abutere; pur, revocata ancor la tolerantia, provava s'io il potea gradario efficere,

col freno obstando a tanta petulantia. Ma l'empia bellua hor si volea conijcere in una fovea, hor ergeasi, hor voltavasi hor calcitrando mi volea deijcere,

talhor del tutto immobile fermavasi, et s'io adoprava, benché parco, il stimulo, al succussar indocile tornavasi. In fine, et nulla per iactantia simulo,

in tanta adversità fatto magnanimo a me stesso il mio mal mento et dissimulo, dicendo: «Ah impatiente et pusillanimo è questo così grave e acerbo stratio

che supportar nol possi con forte animo?». Indi m'accinse a superar lo spatio ch'al mio viaggio ancora era residuo, né mai di stimular mi vidi satio.

Hor, per finir, sì fui nel corso assiduo ch'io cominciai scoprir gli alti pinnaculi al fin del sempre memorabil biduo; poi, postergati gli interposti obstaculi,

vidi con incredibil mia letitia le menie optate e i forti propugnaculi. Ma perché un mio maggior martir qui initia darò del tutto altrove contitudine,

se mi sarà Terpsicore propitia. In tanto appendo il plectro et la testudine.

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